Quando un voto coinvolge circa il tredici per cento del corpo elettorale nazionale, e rappresenta l’ultima chiamata alle urne prima delle politiche, vale sempre la pena cercare di capire per chi suona la campana.
Pur premettendo che, essendo stata, quella di ieri, una prova amministrativa per quasi sette milioni di italiani distribuiti in varie parti del Paese, le persone candidate hanno avuto un peso particolare rispetto ai partiti e alle liste civiche che le hanno sostenute.
Lo testimonia il caso-scuola di Vincenzo De Luca, eletto sindaco di Salerno già al primo turno e a dispetto del suo stesso Pd. Dimostra che gli italiani sceglievano l’amministratore sul territorio, non il sindaco per Palazzo Chigi.
Tuttavia, se il risultato non ha risvolti politici, nemmeno sul governo che riafferma la sua stabilità, i “segnali” non mancano per gli uni e per gli altri.
Sono segnali che possono confortare la coalizione di centrodestra, un po’ meno le forze di opposizione. Che credevano, sull’onda del referendum vinto col “no” da loro appoggiato appena due mesi fa, di poter fare il bis soprattutto e non soltanto a Venezia.
Invece l’evocata “rimonta” non c’è stata.
Nell’unico e perciò importante capoluogo di Regione in ballo, quella Venezia che non per caso ha visto sfilare tutti i leader nazionali dell’opposizione in piazza perché la posta politico-psicologica in gioco era rilevante in un luogo tanto simbolico, il centrodestra si conferma in prima fila. E il suo candidato, il “civico” Simone Venturini, è eletto sindaco senza andare al ballottaggio e con notevole distacco rispetto allo sfidante di centrosinistra, Andrea Martella, senatore del Pd.
Lo stesso accade a Reggio Calabria, dove le forze della maggioranza strappano il Comune al centrosinistra dopo 12 anni. Altrettanto può succedere ad Arezzo, capoluogo di provincia nella tradizionalmente -e confermatasi- rossa Toscana, dove il candidato di centrodestra è avanti sull’avversario.
Venezia, Reggio Calabria, Arezzo e, a modo suo, la Salerno con l’irregolare personaggio De Luca sono le principali novità del mancato sorpasso, cioè della circostanza che la coalizione progressista destinata a coalizzarsi per le politiche, non s’è per ora affermata.
Il che rivela almeno due cose: che il voto referendario non era sovrapponibile a quello politico. E che al momento (ciò che accadrà alle politiche non lo sanno neppure loro, i partiti), non c’è un voto di protesta contro Giorgia Meloni per interposti candidati comunali.
Il voto non ha mandato “messaggi” al governo, come accade di norma.
La protesta si può invece intravedere nell’ennesimo avanzamento del partito dell’astensione, che guadagna quasi il 5% rispetto al passato.
Dunque, duplice lezione per i futuri contendenti.
Per il centrosinistra: l’aria che tira nel Paese non è molto cambiata rispetto alle aspettative del campo largo.
Per il centrodestra: basta poco -per esempio crescenti difficoltà economiche per i cittadini-, perché l’aria cambi all’improvviso.
La campana suona in maniera diversa. Ma suona per tutti.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova