Dice e si contraddice, perciò gli annunci di Donald Trump, come da tempo abbiamo imparato, vanno sempre presi con le molle. Compreso l’ultimo: accordo o attacco all’Iran? “Siamo al 50/50, deciderò entro poche ore”, fa sapere il presidente americano.
Ma sul suo più volte dichiarato disimpegno dall’Europa l’incognita non vale: il distacco del potente e principale alleato d’Oltreoceano è nei fatti.
Se in ambito economico Trump considera gli europei alla stregua di parassiti degli statunitensi, come ha detto e smentito d’aver detto, e quindi ha già punito i profittatori a colpi di dazi, in quello militare li valuta nel migliore dei casi come inetti. Semplicemente perché i governi dell’Ue in armonia con il sentimento dei loro popoli si sono ben guardati dall’intervenire -come il presidente sperava- nella guerra americano-israeliana scatenata contro Teheran. “Non è la nostra guerra”, hanno ripetuto i leader europei, compresa la nostra Giorgia Meloni.
Perciò l’idea che lui già accarezzava, anzi, minacciava di far fare armi e bagagli ai suoi soldati schierati in Europa in nome della Nato, cioè dell’alleanza atlantica nata nel 1949 per garantire la sicurezza di tutti, col “no” occidentale al conflitto in Medio Oriente diventa meno peregrina.
Non nell’immediato, visto che l’addio alle armi di Trump in Europa sarebbe un’operazione complessa, lunga e costosa per l’America. E pure molto pericolosa, alla luce della guerra che da quattro anni e tre mesi Vladimir Putin conduce incessantemente contro l’Ucraina nel cuore geografico del continente. Per quanto imprevedibile nelle sue decisioni, anche il presidente sa che cosa può implicare per l’America lasciare l’Europa a se stessa, mentre c’è un violento aggressore in azione ai suoi confini.
Ma nella Nato e nell’Ue già si fanno i conti e si prospettano nuovi scenari all’insegna del non più irrealistico distacco americano.
Conti che anche in Italia sono importanti: tra i 12 e i 15mila militari americani sono impiegati tra le basi di Vicenza, Aviano (Pordenone), Napoli e Sicilia. Dopo la Germania siamo il secondo Paese europeo con la maggiore presenza dei circa 80mila soldati distribuiti nel continente in modo permanente e a rotazione per missioni ad hoc. Più di 40 sono le basi principali.
Oggi il numero complessivo equivale a un quinto della grande presenza di truppe-Usa negli anni della guerra fredda.
Ma da allora gli equilibri geopolitici nel pianeta sono profondamente cambiati, come testimoniano l’ascesa prorompente della Cina, l’India dietro l’angolo e soprattutto un’Europa che non può permettersi di ritirarsi dal mondo. Anche se Trump portasse a compimento la sua minaccia di ritrarsi dall’Europa.
Intanto, il presidente ha cominciato a spostare 5mila soldati dalla Germania alla per lui più “amica” Polonia.
L’ha fatto, di nuovo, conscio di punire il cancelliere Friedrich Merz, secondo il quale gli iraniani stavano “umiliando” l’America in una guerra “totalmente non necessaria”.
Ma l’Europa e la Nato non possono restare in attesa delle “grandi manovre” di Trump, quand’è in ballo il loro destino alle porte di casa e nel contesto sempre più instabile del mondo.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova