Luisa Todini: “Quando vogliamo dire che un prodotto è buono diciamo che è italiano”. Così parlano gli stranieri sul Made in Italy nel mondo

Luisa Todini, imprenditrice, è nata a Perugia e ha quarantatré anni. Presiede la holding del Gruppo Todini Finanziaria spa, dopo essere stata presidente della principale società di costruzioni della famiglia (il gruppo Todini fu fondato dal padre negli anni Cinquanta). E’ presidente del comitato Leonardo promosso da Ice e Confindustria per premiare il made in Italy.

Dal ’94 al ’99 è stata eurodeputato di Forza Italia.  

 

Che cosa si aspetta un’imprenditrice italiana dall’ormai prossimo (8 luglio) vertice del G8 in Abruzzo?

“Poche cose, ma che siano raggiungibili. Nel fare il punto sull’economia del pianeta, spero che stavolta i Grandi pongano la questione dei doveri dopo che a lungo s’è affrontata solo o soprattutto quella dei diritti. Penso, per esempio, all’Organizzazione mondiale del commercio (il Wto), alla necessità di armonizzare e far rispettare le regole. Cina, India, Brasile: doveri per tutti”.

Anche lei è una pasionaria di Obama, il “grande atteso” della grande riunione?

“Tutta la sua famiglia emana molto fascino. Negli Stati Uniti non è il presidente, ma è la coppia presidenziale a tenere banco. Obama è un uomo di carisma, che esercita una leadership in un tempo in cui uno non crede più in nulla. Michelle, la moglie, sembra una donna forte e dolce allo stesso tempo. Lei dà l’idea della tenacia, lui è rassicurante. Insieme interpretano il racconto del sogno americano”.

Provi a dare un suggerimento concreto a Silvio Berlusconi. Su che cosa dovrebbe impegnarsi il nostro presidente del Consiglio e presidente del G8?

“Aver scelto l’Aquila, luogo martoriato, è un segnale fortissimo, è il simbolo della ripresa italiana. E’ come dire al mondo: l’Italia riparte da qui. Attraverso questo incontro dei Paesi più industrializzati, Berlusconi dovrebbe lanciare un messaggio del tipo “altro che declino italiano!”. Ma lui è un grande comunicatore: sono sicura che saprà valorizzare al meglio il peso del nostro Paese”.

Entriamo nelle dolenti note (oltre che nel suo settore). Secondo uno studio della fondazione Italia-decide, da noi le opere pubbliche sono dieci volte più lente e tre volte più costose che nel resto d’Europa. Perché succede?  

“Negli ultimi quindici anni in Italia s’è investito in opere pubbliche meno del due per cento contro il tre della media europea. Così non si riesce neanche a recuperare il tempo perduto. Tra il momento dell’ideazione e quello della realizzazione possono passare vent’anni. Colpa dei veti e dei contro-veti di chiunque: i verdi, le amministrazioni locali, ognuno può alzare la manina in qualunque momento e bloccare le decisioni prese per anni”.

Può fare un esempio per uscire dal vago?

“Nel 1992 abbiamo vinto, con altre aziende locali, la concessione per costruire il carcere di Marsala. Siamo nel 2009, cioè diciassette anni dopo, e l’opera non è mai iniziata. C’è ormai un contenzioso di parecchi milioni di euro. Il problema lo conosce anche il ministro della Giustizia, e per giunta siciliano, Angelino Alfano. Ma le sembra possibile che, con la necessità e l’urgenza che c’è di costruire nuove carceri, siamo ancora fermi? Questo è solo un esempio. Ma chi fa il mio mestiere, può indicare altri, tanti paradossi”.

Che cosa propone per venire a capo di questo male antico, cioè di un sistema immobile?

“Propongo il modello francese. Quando si fa un’opera in Francia, gli enti locali compartecipano. C’è un momento, il momento della decisione, in cui i soggetti protagonisti della scelta discutono. Ma la decisione che si prende in questa “conferenza dei servizi”, è vincolante per sempre. Altrimenti si perdono gli investimenti previsti. Fra l’altro, carceri e ospedali si prestano a interventi privati molto più di altre opere. Eseguire il progetto: ecco la parte più difficile in Italia”.

Sta dicendo che la tanto decantata legge-obiettivo, voluta dal precedente governo-Berlusconi, ha fallito?

“Quella era un’idea geniale se fosse rimasta tale, cioè se avesse tagliato l’interminabile catena decisionale. Purtroppo gli orpelli hanno finito per bloccarla. Da binario veloce, quale doveva essere, è tornata a essere “normale”. Eppure, non è impossibile coordinarsi con saggezza. Noi abbiamo costruito proprio la caserma dove si svolgerà il G8, a Coppito. L’ente committente era la Guardia di Finanza, che ha controllato a regola d’arte. E si trattava di cinquanta ettari, quasi un’intera città! Anno d’inizio 1986. Come vede, fare si può”.

L’appena approvata manovrina contro la crisi è cosa buona e giusta, come dice il governo, oppure un’aspirina, come ironizza l’opposizione?

“Quando la febbre è alta, anche un’aspirina fa bene. Io la considero un passo in avanti nella giusta direzione. Ma bisogna continuare a lavorare per abbassare il costo del lavoro, come si è cominciato a fare da Prodi in poi. Questo è il tema centrale. Per molti l’ostacolo sta diventando insormontabile”.

Con il credito delle banche alle imprese come la mettiamo?

“Le banche dovrebbero crederci di più. Che agiscano con prudenza, è comprensibile. Ma bisogna uscire dal circolo vizioso. Il credito è necessario nel momento in cui si vince l’appalto. Invece la tendenza è di concedere il fido alle aziende solamente con lavori già in essere. Sul tema ora vedo qualche spiraglio. Forse qualcosa di positivo si sta muovendo negli ultimi tempi”.

Il peggio della crisi è passato o deve ancora arrivare?

“Mio padre, che non c’è più da otto anni, era nato tra le due guerre, e ne aveva viste di peggiori. Io credo che avremo ancora un semestre complicato. Per chi lavora all’estero, il rischio può essere contenuto se diviso tra più Paesi, anziché concentrato in uno solo”.

Adesso molti imprenditori italiani guardano alla Libia. Com’è Gheddafi visto da vicino?

“Appare un uomo distratto, ma in realtà è attentissimo. Nonostante l’aria ascetica che lo contraddistingue, sa capire gli umori molto bene. Sa chi mi ricorda? Mi ricorda Putin, pure lui personaggio in apparenza freddo, distante, che però non dimentica nulla. Io presiedo anche il foro italo-russo, per questo mi viene di paragonare i due leader che ho incontrato in tempi diversi. Durante la recente visita a Roma, dopo il mio intervento Gheddafi mi ha detto (in arabo tradotto dall’inglese): “Lei è un uomo”. Io gli risposi: “Spero che sia un complimento”.

Ha nostalgia della politica?

“Ho la fortuna d’avere 2.800 dipendenti. Faccio un’attività gratificante, non meno di quella che ho svolto a suo tempo al Parlamento di Strasburgo. Dove entrai a ventisette anni”.

Invece a diciannove entrò nell’azienda di famiglia. Per fare la gavetta o la figlia di papà?

“Mio padre portava me e mio fratello nei cantieri. Io facevo di tutto, cominciando dalle fotocopie. L’avventura iniziò col grande innamoramento che avevo per mio padre. Certo, questo mestiere poteva o può sembrare poco femminile. Ma lasciare delle opere d’arte, come mi piace chiamarle, che resteranno nel mondo, è entusiasmante. E poi giurisprudenza non mi piaceva…”.

Meglio l’odore del cantiere?

“E’ appassionante. Si respira il fare con le proprie mani. Come mi ha detto mia figlia di sei anni, “si scava la terra”. Purtroppo non lo faccio personalmente io, ma il senso di quella frase è perfetto”.

Qual è stata, agli inizi, la sua più grande ingenuità?

“Forse quella d’aver cercato di somigliare a mio padre. Lui aveva un fiuto e un talento straordinari. E un grande tratto umano. Arrivava in galleria e intuiva subito quel che non andava. Papà, che si chiamava Franco, è scomparso all’improvviso e con mio cugino Aldo, anche lui impegnato nell’azienda, è successo lo stesso non molto tempo dopo. Non so se ho imparato. Ho imparato che dovevo essere me stessa. Ma una cosa me la riconosco: so motivare la squadra. Questo sì, sono un’entusiasta”.

Ma lei dà spazio ai diciannovenni di oggi, punta sui giovani come suo padre puntò su di lei?

“Con me è aumentato l’apporto femminile ed è diminuita l’età media. Io credo nei giovani preparati. Gli ingegneri, per dire. Sono molto richiesti. Avremmo bisogno che diminuisse il cosiddetto cuneo fiscale proprio per investire nella formazione”.

Che cosa manca all’imprenditore di oggi per intraprendere all’estero col massimo delle forze?

“Gli manca la propensione a fare squadra nel mondo, ad applicarsi nelle vere integrazioni per competere al meglio. Superare l’individualismo, questo mi sento di consigliare. Non essendo il patriarca dell’azienda, probabilmente per me è più facile. Bisogna aprirsi”.

Lei presiede il comitato Leonardo, che premia gli artefici del “made in Italy”. Può definirlo questo made in Italy?

“Lo definisce Leonardo stesso: estro e creatività. Lo definiscono gli stranieri. Ero in Libia e a un certo momento un interlocutore mi ha detto: “Quando vogliamo definire un prodotto buono, diciamo che è un prodotto italiano”. Abbiamo delle potenzialità inimmaginabili, noi italiani. Nei settori meccanico e tessile, nella componentistica, nelle costruzioni. In Africa e in America latina le più grandi dighe sono italiane. E poi il design, la moda, l’alimentare, il legno, la farmaceutica. E anche la ricerca”.

Dov’è che il made in Italy ha maggiori possibilità di crescita?

“D’istinto direi ovunque. Ma dipende, naturalmente, da quel che il mercato richiede. In Cina prevale il settore del lusso italiano, mentre in Russia va tutto, dai macchinari all’alimentare. Mi hanno spiegato che perfino l’apprendimento della lingua italiana in Russia rappresenti un titolo di preferenza. “Con l’italiano i ragazzi trovano lavoro più facilmente”. Parola di un russo”.

Ma lei dove s’è sentita più “a casa” per l’attività che svolge?

“Operiamo in una decina di Paesi di quattro Continenti e mi verrebbe da dire che ci sentiamo bene dappertutto. Certo, forse la vicina Albania, dove fra l’altro si parla italiano, è il luogo più “casalingo”.

Ha un sogno che non ha ancora costruito?

“Io sogno al presente. Stiamo partecipando, con un consorzio di imprese italiane, a un’opera in fase di montaggio che riguarda il porto di Al Faw in Iraq. Uno sbocco strategico per un’area che ha bisogno di spalancarsi. Anche la variante di valico tra Firenze e Bologna è un’impresa che vengono a vedere da tutto il mondo: bucare l’Appennino per 19 chilometri. Certo, se assieme ad altre aziende ci dessero almeno un pezzettino dell’autostrada che si farà in Libia…”.

Pubblicato il 5 luglio 2009 sulla Gazzetta di Parma