Iran, perché non sarà una guerra-lampo

Neppure questa, al pari della contemporanea in Ucraina, sarà una guerra-lampo. Al contrario, dopo il minacciato, previsto, eppur sempre sorprendente attacco del 28 febbraio ad opera degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran con la reazione del regime orfano della sua uccisa guida suprema Ali Khamenei (“una delle persone più malvagie della Storia”, il necrologio di Donald Trump), il conflitto s’allarga.

Tra minacce e rappresaglie brucia il Medio Oriente. Dal Libano a Israele, dal Kuwait agli Emirati Arabi Uniti, dal Qatar al Bahrein la reazione iraniana prende di mira l’intera area con basi americani o con Stati considerati alleati di Tel Aviv e Washington.

Tant’è che i Paesi colpiti dai missili o nel mirino di Teheran in un documento comune invocano il “diritto all’autodifesa”, cioè poter ricorrere alla controffensiva a tutela del loro territorio.

Ma droni iraniani volano pure su Cipro -l’Europa nel mirino per la prima volta-, pur di colpire una base britannica. “Siamo pronti ad azioni difensive”, ammoniscono Gran Bretagna, Germania e Francia, che decide di cambiare la rotta della sua portaerei, Charles de Gaulle: barra dritta verso il Mediterraneo orientale.

“Stiamo massacrando l’Iran, ora una grande ondata di attacchi e non escludo l’invio di truppe”, dice Trump. Almeno un mese -prevede- di attacco incessante.

E’ dunque nei fatti che la ragione prioritaria della guerra americano-israeliana promossa contro Teheran, ossia prevenire la realizzazione del costruendo programma nucleare e impedire il potenziale lancio di missili balistici, ossia tutto ciò che le trattative diplomatiche hanno fallito nell’ottenere, non sia più l’unica ad aver spinto Trump.

L’intento accompagnatorio non è il cambio del governo, ma del regime: basta con l’oscurantista teocrazia che da quasi cinquant’anni reprime nel sangue la sua gente ed è fonte di perpetua destabilizzazione e di terrorismo nel Medio Oriente e oltre.

Non è un caso che Trump, come il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, rivolgano appelli alla popolazione a cogliere l’avvenuta decapitazione della leadership del Paese come momento per ribellarsi.

Ecco la scommessa geopolitica: che i cittadini iraniani, decine di migliaia dei quali sono stati uccisi di recente dagli ayatollah perché manifestavano per la libertà, prendano le redini del loro Paese e del loro destino.

Ma l’Iran non è il Venezuela, dove per Trump è stato sufficiente rapire con un’azione militare l’usurpatore di democrazia, Nicolás Maduro, per dare il via a un pur graduale e incerto cambiamento.

A Teheran la struttura del potere politico ed economico custodita dai “guardiani della rivoluzione”, i famigerati pasdaran, è tanto sanguinaria quanto solida e penetrante.

E il risvolto anti-economico del conflitto per il resto dell’universo già si avverte con gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz.

Di fronte alla grande incognita, la guerra intanto e subito riempie il mondo solo di odio e di dolore. Nell’attesa che la diplomazia possa tornare in campo prima che sia troppo tardi, e purtroppo già lo è.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova