I segnali sono inequivocabili. Dalla Cina alla Gran Bretagna, alla nostra Italia tutti i governi stanno raccomandando ai loro cittadini di lasciare l’Iran e di muoversi con accortezza in Israele e nel resto del Medio Oriente. E le diplomazie stanno evacuando il personale dall’intera regione a nuovo rischio di guerra.
E’ l’esito della finora fallimentare trattativa a Ginevra tra Washington e Teheran -mediatore l’Oman- sul nucleare, che consiste nella richiesta statunitense di smantellare i tre principali siti in Iran e consegnare tutto l’uranio arricchito. Anche perché nel frattempo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), alla quale Teheran impedisce di accedere alle strutture sul territorio per le verifiche, in un rapporto riservato inviato pochi giorni fa agli Stati membri ha rilevato che il regime degli ayatollah sia già arrivato a una produzione di uranio altamente arricchito del 60%, ossia troppo vicina ai livelli per uso militare.
Tant’è che nel negoziato in corso e sul punto del non ritorno (proverà ancora a tastare il terreno e la tensione nell’area il segretario di Stato, Marco Rubio, lunedì con un viaggio in Israele), gli Stati Uniti avrebbero accettato la soglia simbolica del 5%, cioè al di sotto della purezza per realizzare armi nucleari.
Ma gli iraniani vogliono mantenere la produzione “a fini civili”, come dicono. Né sono disposti a trasferire all’estero le loro scorte.
Se non siamo al dialogo tra sordi, poco ci manca. Tanto più che l’America (l’ha appena detto Donald Trump nel suo discorso-fiume sullo Stato dell’Unione), teme che missili iraniani di lunga gettata possano minacciare l’Europa, le basi Usa “e raggiungere presto gli Stati Uniti”.
Ma l’Iran “si rifiuta di parlare con noi di missili balistici e con chiunque altro, e questo è un grosso problema”, ha ammonito Rubio.
Difficile pensare che il disaccordo sia solo un gioco delle parti per arrivare a un’intesa ed evitare il minacciato intervento armato dell’America.
Che ha già bombardato i siti nucleari iraniani nel giugno dell’anno scorso. Intanto la portaerei Ford, la più potente del mondo, arriva alle coste israeliane.
Mentre Trump annuncia nuovi colloqui, il dispositivo militare che ha schierato è impressionante. Può preludere a un attacco imminente. “Non voglio usare la forza, ma a volte serve”, avverte il presidente.
Che sa di avere dalla sua un’arma politica più incisiva di quella militare: l’impresentabilità del regime oscurantista e sanguinario di Teheran agli occhi del mondo.
Un regime responsabile, prima ancora di una minaccia atomica inaccettabile per tutti (specie per Israele, nazione odiata dagli ayatollah), della repressione in patria con decine di migliaia di morti e feriti.
Una scia interminabile di sangue iraniano innocente. Uno scenario di crimini contro l’umanità del quale gli americani sono particolarmente sensibili, perché essi non dimenticano quando, quasi cinquant’anni fa, furono rapiti per 444 giorni 52 ostaggi nella loro ambasciata a Teheran.
Già allora prevaleva la violenta violazione di ogni diritto.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova