Vi racconto del nostro caro e grande nonno, Giuseppe Garibaldi. Parla la pronipote Annita

Annita Garibaldi Jallet, nata a Neuilly-sur-Seine (Francia) il 25 maggio 1942, è pronipote dell’eroe dei due mondi. Il padre di Annita, Sante Garibaldi, era figlio di Ricciotti, quarto e ultimo figlio di Giuseppe e Anita.

Annita Garibaldi ha insegnato Diritto costituzionale e Scienze politiche all’Università di Bordeaux e presso le Università di Siena e di Roma (Luiss). Chiamata a far parte del Comitato nazionale italiano per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807), ha pubblicato diversi saggi di politica, storia risorgimentale e istituzioni europee. L’anno scorso è stata eletta Segretario generale del Consiglio Italiano del Movimento Europeo.

 

Quanto pesa portare il nome più popolare d’Italia?

“Può pesare nella moltitudine delle manifestazioni in corso per il bicentenario della nascita di Garibaldi. Ma è un nome felice, direi quasi gioioso. Più che un peso, è un onore portarlo”.

Ma lei quando ha capito che era la figlia del figlio del figlio?

“Io sono cresciuta nel rispetto della memoria di mio padre, che non ho conosciuto, perché ha lasciato la vita nella seconda guerra mondiale. Mia madre mi ha prima di tutto parlato di lui. Ed era il mio eroe. Dopodiché mi ha detto che mio padre era il quinto figlio di una famiglia numerosa. Che questa famiglia aveva un padre e una madre piuttosto eccezionali. Anche perché discendevano a loro volta da un signore che si chiamava Giuseppe Garibaldi”.

Ha un ricordo preciso del momento in cui ha compreso d’essere pronipote della Storia?

“Come no. Dalla Francia, dove abitavamo, venivamo ogni anno a Roma per salutare mio padre al cimitero del Verano, e mamma mi portava regolarmente al Gianicolo per ricordare il resto della famiglia. E allora cominciavano i racconti. Come se fosse normale avere gli antenati di bronzo o di marmo… Ho così imparato che facevo parte di una famiglia un po’ speciale”.

Al bisnonno s’è avvicinata per le storie tramandate in famiglia, dunque. Ma Garibaldi lei l’ha “scoperto” più da ragazza o da adulta?

“Avevo sette anni quando fu messa una lapide alla nostra casa di Bordeaux per commemorare mio padre. C’erano il prefetto, gigantesco, i carabinieri in divisa e io fui chiamata a tirare giù la bandiera che ricopriva l’omaggio. Lì ebbi la prima e netta sensazione. Con l’adolescenza arriva un relativo rifiuto di questa condizione. Il giovane, si sa, vuole vivere la sua vita, c’erano state molte corone e fiori nella mia infanzia. Poi dall’Università inizia il riavvicinamento, e capii che era una gran bella cosa”.

Il prossimo 4 luglio che tipo di compleanno l’Italia dovrebbe dedicare, secondo lei, a quell’avventuroso padre della patria? 

“Dovrebbe cercare di dargli un’Italia come lui l’avrebbe voluta. Pretesa forse eccessiva, perché non l’ha avuta nemmeno durante la sua vita. Dovrebbe dargli quel senso dello Stato, attraverso l’identità nazionale, che lui considerava essenziale per convincere i cittadini ad essere anche dei cittadini democratici. Rimane pur vero che il nostro Paese è l’Italia, che è unito e che ha raggiunto il sogno di Roma capitale. Sono valori e non retorica: il mito ingessato di Garibaldi non ha senso. Oggi possiamo ricordarlo come lo hanno ricordato tante scuole: coi canti, coi premi, coi disegni che ne ripercorrono l’epopea. Cose bellissime, vere espressioni d’amore. Che si darebbe a un vecchio e caro nonno? Proprio questo, l’affetto dei bambini”.

E le istituzioni che possono donare all’antico precursore?

“Il Senato della Repubblica lo ricorderà nel giorno della nascita, a Camere riunite e alla presenza del capo dello Stato. Credo che sarà un evento sobrio e profondo”.

Nella formazione di Giuseppe Garibaldi chi ha contato di più: i genitori, i figli o l’amata Anita?

“La sua filosofia di vita e il coraggio con cui s’è mosso erano quelli del marinaio. Quindi direi che sono stati i genitori e le antiche tradizioni del padre in materia, tradizioni marinare nelle quali s’è immedesimata anche la madre, a formarlo. La dozzina d’anni buoni che Garibaldi ha vissuto sul mare, dall’età di quindici a ventotto, sono stati essenziali. Poi in Anita ha trovato la compagna ideale delle sue avventure, e questo lo ha formato sul piano dei sentimenti, dell’amore per il prossimo, del rispetto della donna, dell’affetto per la famiglia. Quanto ai figli, a parte Menotti che soprattutto all’inizio gli ha dato molte soddisfazioni, sono stati spesso un cruccio, una preoccupazione. Perché dovevano farsi delle vite che li inserissero in un mondo in qualche modo “normale”. Ricciotti aveva sognato di fare il soldato, ma non c’era più impiego per un soldato volontario. E l’adorata Teresita aveva, oltretutto, il problema di una famiglia con sedici figli. Li ha amati tutti, ma tra mille difficoltà. Quanto ai figli dalla consorte successiva, Francesca Armosino, hanno sicuramente allietato i suoi ultimi anni. Ma erano dei ragazzini”.

Lei è Annita con due enne, perché?

“Faccia il giro del monumento al Gianicolo e scoprirà le iscrizioni di Anita con una enne da una parte e Annita con due dall’altra. Molti chiamavano Anita “Annita” -diminutivo italianizzato di Anna-, quando lei si trasferì in Italia. Anita stessa l’unica lettera che firma e spedisce al marito ancora a Montevideo, in Uruguay, la firma Annita. La sorella di mio padre si chiamava Annita Italia: da lei ho ereditato le due enne”.

Quali sono i luoghi che più hanno plasmato la vita dell’eroe dei due mondi?

“Mi butto: Costantinopoli, cioè tre anni della sua giovinezza. Naturalmente Nizza, dov’è nato, e Roma. Ma la Roma come l’ha vista da ragazzo nel 1825. E la Sardegna che amava tutta. E poi Laguna in Brasile e Montevideo”.

E le battaglie che più hanno testimoniato la sua personalità?

“Bezzecca e Volturno. E Palermo, e tutta la Sicilia, ovviamente. Ma citerei anche il grandissimo momento della battaglia di San Antonio de Salto in Uruguay. Quelle del Rio Grande furono più avventurose”.

Con quali personaggi s’intese meglio (e peggio)?

“Quelli buoni, per così dire, sono gli amici della gioventù: Rossetti, Cuneo, i capitani delle navi. E Mazzini dove lo mettiamo? Quando Garibaldi, sul tardi, disse “Mazzini è il mio amico e il mio maestro”, disse la verità. Li aveva divisi la politica e s’erano incontrati nel ’48, non prima. E che nascessero conflitti nella Repubblica Romana era inevitabile. Invece per i personaggi-no indicherei i generali dell’esercito, non il Re sicuramente, non Cavour sicuramente. Piuttosto quelli che non stavano ai patti. Come si sa, un asino di Caprera si chiamava Pio IX, e questo faceva molto ridere gli ospiti. Tuttavia, lui era anti-clericale perché la Chiesa ostacolava l’unità d’Italia. Ma aveva un sentimento religioso profondo e trasmesso dalla famiglia. In gioventù lui incontrò i saint-simoniani ed ebbe contatto con i primi elementi della massoneria che “credevano” nell’umanità come espressione del divino. Garibaldi era anti-bigotto ma “credeva”.

Qual è la virtù più garibaldina di Garibaldi?

“L’onestà interiore. Quest’uomo, che era ciò che diceva Victor Hugo, ossia “una potenza”, in ogni circostanza agiva con buonsenso e con linearità. Garibaldi è sempre rimasto un uomo semplice. Rifuggiva dalle complicazioni, fossero dell’intellettualità o della politica. I calcoli e le manovre non facevano per lui”.

E il difetto?   

“Ah, era autoritario. Un gentiluomo autoritario. Era duro con le sue donne e coi suoi figli. Ha imposto a tutti, cominciando da Anita, la vita spartana che lui per primo conduceva. Solo che lui lo faceva per scelta di vita. Ma gli altri non è detto che si divertissero a sottoporsi, all’alba, alla doccia fredda nel giardino di Caprera, come capitava alle belle contesse che andavano a trovarlo…”.

Che effetto fa presentarsi a qualcuno pronunciando il (proprio) nome di Garibaldi? 

“Fa sempre colpo. Le racconterò un aneddoto. Da ragazza andai in un albergo di Romagna. Mia madre aveva telefonato per sapere se ero arrivata. Senza prestare troppa attenzione, il padrone dell’albergo così le rispose: “Lei cerca Anita Garibaldi? Ma non lo sa che è morta?”. Quando arrivai, per fortuna quasi subito, questo signore sbiancò: “Ma lei è Anita Garibaldi? Ho appena detto che è morta…”.

Ma quanti sono i discendenti di Garibaldi in giro per il globo?

“Tuttora vivi -tuttora riferito al censimento che ho fatto nel 2005- siamo sessantacinque su tre generazioni. Anche se i Garibaldi più attivi siamo tre: Giuseppe, Anita con una enne e la sottoscritta. Adesso ripubblicheremo tutti gli alberi genealogici. Pensi che da poco si è risvegliato un ramo peruviano, che partecipa ai convegni e alle manifestazioni. Ho anche due cugini negli Stati Uniti. Uno dei quali è generale; un generale che ha comandato le truppe americane in Germania.

Non manca, oggi, chi contesta il modo con cui Garibaldi e il Risorgimento hanno unificato l’Italia, specialmente nel rapporto allora instaurato dagli italiani del Nord con quelli del Sud. Lei che cosa contesta ai contestatori?

“L’anacronismo. Sono fuori tempo massimo. Non c’è dubbio che la ricchezza dell’Italia stia nella sua diversità. Ma il federalismo non può mai prescindere dall’unità. E all’epoca il principio dell’unità nazionale era così debole che per raggiungerla e pur di raggiungerla il repubblicano Garibaldi accettò l’idea di farla col Re. Una figura che poteva unificare anche il Sud “abituato” a un Re. Valga un esempio. Tagliata la testa al povero Re, la Rivoluzione Francese propose il federalismo. Ma i rivoluzionari si resero subito conto che così si rischiava solo di sfasciare il Paese”.

Duecento anni dopo che epitaffio scriverebbe sulla tomba del suo e, se permette, nostro avo? 

“Cercherei qualche verso suo. Forse una parola d’amore per Roma, per la vita, per l’umanità. Trovo molto bello quel verso che è stato scolpito nella pietra a Caprera, un po’ lontana dalla tomba, e nel quale lui rivela il sentimento che provava per quel luogo. E lo dice in termini così dolci, che Caprera potrebbe essere una donna. O potrebbe essere l’Italia. Nella vecchiaia -diceva, credo, Vittorini-, Garibaldi ritrovò la sua anima di bambino. Era un uomo fresco, genuino, che s’infuriava contro i potenti, e magari in un impeto di rabbia dava il nome di Pio IX al suo asino. Era un uomo fuori dal comune. Mi dispiace non averlo incontrato”.

Pubblicato il 3 luglio 2007 sulla Gazzetta di Parma