L’annuncio arriva quattro anni, due mesi e quasi tre settimane dopo la guerra che Vladimir Putin ha scatenato contro l’Ucraina.
Proprio lui, l’aggressore con quell’“operazione militare speciale” che doveva durare tre giorni, e che invece è rimasta impantanata nel Donbass grazie all’eroica resistenza degli ucraini col sostegno dell’Occidente, ora dice d’essere pronto a incontrare l’inviso Volodymyr Zelensky, il presidente del Paese aggredito. Di più.
Putin propone come mediatore Gerhard Schröder, l’ex cancelliere tedesco che si è poi prestato a lavorare per interessi russi e per questo ripudiato in Patria perfino dal partito socialdemocratico (Spd) di provenienza.
Lo Zar ha spiegato che la disponibilità a negoziare deriva dalla circostanza che “il conflitto ucraino sta volgendo a termine”.
Ma questi sono dettagli di fronte alla novità della mossa imprevista, eppur non spiazzante di Putin, noto per la bravura che gli si riconosce nel saper mentire. E che la successiva dichiarazione del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov (“la guerra finirà con la nostra vittoria”), puntualmente, purtroppo, conferma.
Tuttavia, è la prima volta che, almeno a parole, l’invasore tende la mano durante i tre giorni di tregua imposti alle parti dal suo potente e unico amico nel mondo libero, Donald Trump.
Come interpretare, allora, il “rilancio” di Putin?
La risposta è nei fatti. Come ha dimostrato la mesta e blindatissima parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa, Putin è alle prese con le grandi e gravi difficoltà militari ed economiche di una passeggiata, nelle sue intenzioni, che s’è invece rivelata un inferno. Il Vietnam russo o la riedizione dell’Afganistan sovietico, cioè l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissi a causa della reazione del popolo aggredito, e nonostante la sproporzione, da Davide contro Golia, fra chi difende la sua Patria rispetto a chi vuole conquistarla.
Neppure quattro inverni, neppure l’offensiva che ha colpito i civili ben oltre i territori occupati, neppure il dietrofront di Trump sulle armi a Kiev, niente ha intaccato la resistenza degli ucraini. I quali, al contrario, hanno affinato la tecnica sui droni e la strategia sul terreno, diventando un esempio di resistenza in armi a cui gli europei e gli statunitensi guardano per modellare le loro difese.
Basta un giorno solo di guerra per scoprire il male, umano ed economico, che provoca al mondo intero e non solo alle sue vittime. Figurarsi quando la durata della guerra di Putin sta per raggiungere quella della prima guerra mondiale: un danno incalcolabile. Per il sangue che scorre, per l’odio che provoca, per i disastri che causa, per i nefasti effetti economici.
Col suo annuncio Putin cerca solo di uscire dall’angolo, ma è comunque una buona notizia.
Perché se l’annuncio fosse vero, la fine delle ostilità che il mondo invoca e che Papa Leone sollecita in ogni intervento, sarebbe meno lontana.
Se vero non fosse, indicherebbe che la Resistenza sta piegando l’invasore, e non viceversa. E che la pace non si ottiene con la resa all’aggressore.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova