Se il grave blocco di Hormuz diventa una telenovela

Se il blocco del trasporto navale non durasse da cinque mesi, dal 28 febbraio per la precisione, il “m’ama non m’ama” della minacciosa margherita che da quel dì si sta sfogliando tra Iran e Stati Uniti sullo Stretto di Hormuz potrebbe apparire solo ridicolo.

Donald Trump annuncia per la quarantesima volta o giù di lì che l’intesa è fatta e che d’ora in poi il trasporto di gas e petrolio tornerà libero e gratuito come prima del conflitto. Ma un minuto dopo ecco che la controparte di Teheran, sotto la spinta degli ayatollah, risponde che non è vero niente. A chi credere?

In realtà, la vicenda è diventata sempre più seria e grave. Si attende di capire come evolverà l’ultima dichiarazione statunitense: immediata apertura di Hormuz con l’avvertimento che altrimenti l’America tornerà a colpire duramente. Ma proprio la minaccia militare di Trump -replicano gli iraniani-, sta ritardando l’intesa che sembrerebbe finalmente trovata. Un’intesa provvisoria di 60 giorni tra Iran e Oman con un corridoio settentrionale iraniano per le navi in entrata e un altro meridionale in uscita nelle acque omanite. Tutto senza pedaggi. Con la prospettiva di sminare la parte non percorsa dello Stretto.

E’ lampante, tuttavia, che l’Europa e l’Italia non possano più aspettare di vedere quando e come finirà la telenovela. Che almeno una lezione la sta dando a tutti: l’energia e la difesa sono beni troppo preziosi per essere lasciati alla mercè altrui. Specie se Trump, il principale alleato dell’Occidente, sfoglia a sua volta un’altra margherita, quella del disimpegno in Europa e nella Nato: me ne vado o non me ne vado?

Parlando alla Camera, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, annuncia, dunque, che il governo chiederà a Bruxelles il massimo per l’energia -un incremento della spesa di circa lo 0,6% del Pil- e lo 0,9 per la difesa (anziché dell’1,5). In concreto, la possibilità di spendere la flessibilità che è concessa per i due campi. Legati -energia e difesa- da un principio in comune: la sicurezza.

Nel primo caso l’importo vale 14 miliardi, nel secondo 21 nel triennio.

Di fatto è l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale con conseguente scostamento di bilancio per aumento della spesa necessaria.

La maggioranza approva con una risoluzione le comunicazioni del ministro, mentre le opposizioni chiedono che dallo scostamento si escludano le spese militari. Un tema che spacca il centrosinistra da sempre. L’ala riformista del Pd in particolare contesta questa posizione cavalcata con intransigenza negli ultimi giorni dal leader pentastellato, Giuseppe Conte.

Ma è l’Europa intera, alla luce della guerra che da 4 anni e mezzo Vladimir Putin ha scatenato contro l’Ucraina, cioè nel cuore geografico del continente, ad aver preso l’impegno di riarmarsi per poter difendere la sua pace da chi dovesse metterla in pericolo. Impegno che fa venire il mal di pancia alla Lega nel centrodestra. Con la richiesta di riformulare la risoluzione del governo per vincolare l’uso dei fondi Safe e delle spese militari a criteri ben specificati.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova