La crisi di Ceuta e le responsabilità di Madrid

Se basta il battito delle ali di una farfalla in un luogo del pianeta per scatenare il caos da tutt’altra parte, secondo la nota metafora sul mondo interconnesso, figurarsi che può capitare sull’onda di due decisioni istituzionali in Spagna sull’immigrazione.

La prima (29 giugno) è una cervellotica sentenza del Tribunale supremo a Madrid che limita i “respingimenti immediati” di immigrati a Ceuta e Melilla, exclave spagnole in Marocco.

Se gli stranieri varcano le recinzioni attorno al territorio spagnolo, il respingimento si può fare all’istante. Se invece arrivano via mare -come se le acque territoriali fossero un po’ meno sovrane-, non si può.

Scatta la lunga e lenta procedura: richiesta di protezione internazionale, avvocato e traduttore.

Oltre 60 mila persone non se lo sono fatto ripetere due volte e perfino a nuoto, infatti, sono approdati nelle ultime ore a Ceuta. Che abitanti ne fa 85mila. Causando, così, la più grave crisi umanitaria e migratoria in Europa in 24 ore. Con decine di tragiche morti, scontri al confine e polemiche pesantissime contro il presidente del governo, il socialista Pedro Sánchez.

Il quale pochi mesi fa s’era vantato (“la Spagna si apre il mondo, qui nessuno è superfluo”), di voler regolarizzare 500 mila irregolari. Ma con la presentazione delle domande entro il 30 giugno in attesa della risposta dello Stato, s’è scoperto ben un milione e 300 mila “senza documenti”.

Dunque, il combinato disposto fra l’interpretazione surreale della magistratura e l’imprevista in tali dimensioni e perciò improvvida strategia migratoria del governo -gli stranieri sono il 15% della popolazione-, ha arato il terreno per l’assalto in massa a Ceuta. Dove Sánchez è accorso, contestato dai furibondi abitanti.

E così la crisi devastante e la perdurante incertezza nonostante il volontario rimpatrio di 50 mila migranti e in pieno corso, hanno scatenato la tempesta perfetta. “Inaccettabile, non possiamo permettere che si entri in Ue non rispettando le regole”, ha accusato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Francia e Portogallo rafforzano i controlli alla frontiera, l’Italia sospende per un mese la libera circolazione con la Spagna prevista da Schengen.

Alla decisione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è seguita la richiesta sua e della premier danese, Mette Fredriksen, e firmata da 20 Paesi, di una riunione urgente dell’Ue. Già accolta.

Sánchez taccia di “ignoranza e ragioni politiche” la linea dura di Roma.

Tuttavia, la cronaca sovrasta la polemica: gli europei hanno visto che cosa può accadere, se non si adotta una politica comune di fermezza e insieme di compassione sulla migrazione del tutto sottovalutata. O se la si affronta con cavilli comici e tragici e retorica imprudente, come il fallito modello spagnolo sta testimoniando.

L’Ue può fare molto all’insegna dell’unità, cominciando con l’accordarsi e investire nei Paesi delle drammatiche partenze.

Ma non può consentire che siano violate le sue regole di ingresso né il suo diritto alla sicurezza.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova