L’incubo di Ceuta e il brusco risveglio dell’Europa

Ci voleva l’incubo di Ceuta (72 mila migranti in 24 ore) per il brusco risveglio dell’Europa: se il fenomeno dell’immigrazione non sarà governato allo stesso tempo con rigore e con compassione, a essere travolta non sarà solo la minuscola exclave della Spagna in Africa (che già rischia un bis minacciato entro Ferragosto con possibili infiltrazioni di terroristi, avvertono i servizi segreti), ma travolta sarà la politica stessa dell’intera Unione europea.

Intanto è tutto un dispetto fra Madrid e Roma alle rispettive frontiere, controllando ciascuno il 10% dei viaggiatori altrui giusto per tenere il punto. Il punto di uno scontro riaccesosi con l’incredibile ultimatum spagnolo all’Italia di ripristinare Schengen “entro 48 ore” -testuale- e minacciando pure ritorsioni, puntualmente avvenute, in caso di diniego.

Ma la diplomazia non ricorre più agli ultimatum dai tempi di quello, celebre e funesto, di Sarajevo nel 1914. Tantomeno fra alleati e amici.

Eppure, lo scontro è niente rispetto allo scenario che si prospetta nel Vecchio Continente.

Dalla presa d’assalto a Ceuta vissuta in mondovisione dagli europei e dai ministri dell’Interno Ue riunitisi di gran corsa il 4 agosto non si torna più indietro. Dove, nonostante i tanti rimpatri immediati, ancora rimangono -rivelano le autorità locali, smentendo quelle a Madrid-, tra le 8 e 11 mila persone (su 85 mila abitanti). Fra i quali molti minori.

La svolta di Ceuta proprio questo rivela: che la migrazione non è fatta da numeri e percentuali, bensì da persone con nome e cognome.

E allora, poiché nessun Paese può da solo consolare il dolore del mondo, quante persone può accogliere in concreto e integrare senza retorica l’Unione europea? E che succede con le persone che arrivano persino a nuoto -Ceuta insegna- violando ogni regola?

Può, insomma, il diritto diventare un’opzione ballerina in Europa o vale sempre, a prescindere da dove arrivino e dove sbarchino i migranti?

La Germania risponde che la legge è legge e riavvia le espulsioni dei richiedenti asilo verso l’Italia e la Grecia da cui provenivano.

Berlino, Roma, Atene (o Madrid): non può che essere una per tutti e tutti per una la strategia dell’Europa sull’immigrazione.

Il che riporta il tema sulla scelta controversa e isolata (ma con potenziale effetto per tutti) del governo socialista di Pedro Sánchez: puntare sull’apertura, anziché governare il fenomeno con lungimiranza e umanità.

“La Spagna si apre al mondo, qui nessuno è superfluo”, disse Sánchez pochi mesi fa, lanciando una sanatoria per 500 mila irregolari.

Al 30 giugno scorso le domande presentate sono state un milione e 300 mila (secondo stime di polizia i “senza documenti” sarebbero 2 milioni).

E’ lampante: la sanatoria annunciata, ha attirato irregolari da ovunque.

Ma che succederà con gli 800 mila “non sanabili”, i quali hanno detto “io esisto” allo Stato spagnolo? Persone, non più numeri.

Il tema dell’immigrazione è troppo serio per affrontarlo ogni Paese per conto suo a colpi di annunci lontani dal realismo e dal buonsenso.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova