Perché è giusto parlare di successo del vertice G7 in Francia

Parlare di una pace mai così vicina nei due scenari che stanno sconvolgendo il mondo, sarebbe un azzardo.

Il “memorandum d’intesa” fra Stati Uniti e Iran, e che nel frattempo ha portato alla sospensione dell’intervento bellico americano-israeliano contro il Paese degli ayatollah e all’annunciata riapertura di Hormuz, cioè a due notizie incoraggianti, è ancora da mettere alla prova e non solo alla firma, domani a Ginevra.

Così come non si può purtroppo sognare, dopo quattro anni e quattro mesi dell’incessante guerra scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina, che d’improvviso arrivi quella tregua da tutti inseguita per via politico-diplomatica da molto tempo.

Eppure, Emmanuel Macron non esagera quando parla di “successo” del vertice G7 concluso a Évian-les-Bains (Francia sud-orientale).

I partecipanti concordano, a cominciare dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “L’Occidente unito è più forte e credibile”.

L’unione è stata confermata dall’attiva presenza di colui che a lungo l’aveva messa in discussione: Donald Trump. Quanto la ritrovata sintonia atlantica potrà durare, dato il mutevole presidente-Usa, nessuno sa.

Ma intanto si aprono spiragli sui due fronti che scottano.

Nel giro di un paio di mesi Hormuz dovrebbe tornare alla normalità per il trasporto navale di gas e petrolio. In una situazione pacificata già si prospettano missioni internazionali con dragamine italiani. Ambito militare nel quale il nostro Paese eccelle.

Resta sullo sfondo l’incognita vera: l’Iran rinuncerà all’uranio arricchito, cioè alla bomba atomica, e a minacciare i Paesi dell’area?

Per ora, al di là dei moniti di Trump (“l’accordo non è definitivo, se si comportano male, bombardiamo”), Teheran porta a casa ciò che forse più temeva: il nessun impegno assunto dalla brutale teocrazia neppure a fermare le impiccagioni degli oppositori. “Non vogliamo rovesciare il regime”, ha confermato lo stesso presidente.

Se poi si leggono i 14 punti dell’intesa, si noterà quanto risulti “molto generica”, come ha detto il vicepresidente J. D. Vance.

Forse più ottimismo può generare l’altro caso all’apparenza più complicato: indurre Putin alla trattativa.

Al G7 c’era anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Per la prima volta e con soddisfazione degli europei, che mai l’hanno abbandonato, si è presentato non più a nome di un Paese destinato a soccombere (e che perciò implorava l’aiuto dell’universo), bensì di un’Ucraina che, grazie alla nuova strategia tecnologica adottata sul campo e al coraggio dei suoi cittadini-soldato, sta resistendo alla grande Russia.

In più sono costanti le mini-incursioni in territorio “nemico”.

Il regime sente, così, le ripercussioni della guerra impantanata nel Donbass anche sull’economia e sulla popolazione.

Zelensky sembra aver convinto Trump, il solo amico dello Zar in Occidente, che l’Ucraina non solo non cederà, ma sta recuperando terreno e speranze di lunga resistenza.

Insomma, è questo il momento affinché l’incerto aggressore che non avanza parli di tregua con l’aggredito molto più sicuro di sé.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova