Nel mondo alla rovescia che tanto piace a Donald Trump, dove nella sua America si stende il tappeto rosso in onore di un ricercato nel resto dell’universo per crimini di guerra -al secolo Vladimir Putin-, succede anche questo: che una Corte d’Appello statunitense si faccia carico del grave danno subìto dagli europei e dai numerosi Paesi del globo colpiti dai dazi imposti dalla Casa Bianca senza tanti perché. E decida, tale Corte, di confermare la sentenza di primo grado, che vanificava l’ordine esecutivo del presidentissimo sul “più dazi per tutti”.
Non doveva né poteva farlo, hanno sentenziato per la seconda volta i giudici, che evidentemente appartengono al mondo del diritto come ancora lo conosciamo noi, e non di quello all’incontrario nel quale Re Donald dispone e decreta e gli altri, muti e talvolta perfino compiaciuti, ubbidiscono per non innervosirlo.
Invece Victor Schwartz, un semplice importatore di vini italiani senza santi in Paradiso, ma con tutto il coraggio che mancò ad Ursula von der Leyen a nome dei 27 Paesi europei nel momento di trattare con Trump, è l’autore del ricorso contro i dazi finora vincente. La legge conferisce al presidente l’autorità per intraprendere azioni contro un’emergenza nazionale dichiarata, ha chiarito la Corte, “ma nessuna di queste azioni include esplicitamente il potere di imporre tariffe, dazi o simili, o il potere di tassare”.
Furioso, il Re scoronato dall’esito del Davide versus Golia ricorrerà alla Corte Suprema “perché se questi dazi venissero mai eliminati, sarebbe un disastro totale per il Paese”.
Il disastro intanto lo vivono quegli europei che, rispettando le regole del gioco, esportano beni e prodotti in America non per ripicca a Trump, ma perché i suoi connazionali quei prodotti li richiedono e comprano.
Li adorano, perfino, come avviene per l’intero comparto agro-alimentare italiano, danneggiato pesantemente dal fatale 15% di punitiva imposizione non per libera scelta di mercato né sulla base di un ragionevole riequilibrio euro-americano tra alleati dell’Occidente, bensì per prepotenza ideologica dell’“America first”. Ossia in ossequio alla dottrina trumpiana secondo la quale per gli statunitensi non deve prevalere il meglio liberamente scelto, bensì ciò che passa il convento casalingo. Scandalo non è solo una così miope visione in epoca globale e digitale, ma soprattutto che l’Ue, potenza economica dall’opposta dottrina della libera circolazione di persone e merci, servizi e capitali si sia inchinata al diktat che ora la stessa Corte statunitense decapita quale illegale. Pur lasciandolo in vigore in attesa del verdetto definitivo che arriverà in ottobre dalla Corte Suprema.
A prescindere da come finirà -è facile immaginare chi parta favorito nella sfida tra un piccolo imprenditore di un’azienda familiare e gli Stati Uniti d’America-, ce n’è quanto basta affinché il governo italiano prenda nota e intervenga a salvaguardia del “made in Italy”.
E’ sufficiente far valere un quinto della dignità dimostrata da Victor Schwartz per poter dire d’aver fatto la cosa giusta.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova