Non sarà una visita come le altre, quella che da oggi il segretario di Stato americano, Marco Rubio, comincia a Roma fra le due sponde del Tevere: di là il Vaticano, di qua Palazzo Chigi.
Dovrà ricucire il duplice rapporto che il suo loquace presidente, il guastatore Donald Trump, è riuscito a rovinare in un colpo solo con Papa Leone da una parte, apostrofato come un pericolo per i cattolici (non potrebbe esserci accusa peggiore per chi guida la Chiesa universale), e con Giorgia Meloni dall’altra. Colei che un tempo il presidente esaltava come “leader fantastica”, ma che ha politicamente scaricato come un deluso corteggiatore (o corteggiato o le due cose insieme).
Marco Rubio rischia la missione impossibile, se non avrà la capacità con i suoi due interlocutori in parallelo, il Papa e la presidente del Consiglio -ma specie col primo-, di abbassare il tono della polemica, che proprio alla vigilia del viaggio Trump è invece tornato ad alzare contro Leone.
Ma soprattutto di rettificare le accuse. Che si riferiscono a personalità e temi molto seri, non questioni da tarallucci, vino e pacche sulle spalle.
Il Papa ha rivolto appelli vigorosi contro la guerra in Iran, incurante, da pontefice non condizionabile, che a bombardare fossero i suoi connazionali d’America. Il che ha mandato Trump su tutte le furie.
Come se al pontefice non interessasse il pericolo del riarmo nucleare di Teheran -di ciò lo ha accusato-, per impedire il quale gli Stati Uniti hanno scatenato la guerra. Con l’effetto del blocco dello Stretto di Hormuz da più di due mesi ad opera dell’Iran, cioè un danno per il mondo intero.
“Può non piacere, ma il ruolo del Papa è di predicare la pace”, ricorda il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, allo smemorato di Washington. “Io non ho paura e non apro un dibattito, io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”, aveva risposto Leone agli attacchi.
Così rivelando la spaccatura tra i cattolici americani, schierati col Papa pur avendo molti di loro votato per Trump. Che gode di comprensione tra gli evangelici e tra i credenti del mondo cosiddetto Maga. Essi pregano per la vittoria in una guerra che per Trump è diventata un labirinto: incombe l’urgenza di uscire almeno per sbloccare Hormuz.
Diverso, ma non meno rilevante lo strappo con la “fantastica leader” d’una volta. Colpa del no del governo all’uso della base di Sigonella per l’atterraggio dei bombardieri-Usa diretti in Iran e della non partecipazione dell’Italia, in perfetta linea europea, a un conflitto americano-israeliano che non ci riguarda.
Smarcarsi da un simile approccio politico-militare che, peraltro, non ha finora portato neppure alla liberazione degli iraniani dal turpe regime degli ayatollah, era diritto-dovere di chi governa una grande Nazione d’Europa.
Ma Trump non lo capisce e confonde, come col Papa, i suoi sentimenti con le altrui istituzioni. Minacciando pure il ritiro dei soldati statunitensi in Italia, “perché l’Italia non è stata d’aiuto”.
Per Marco Rubio la visita non sarà una passeggiata.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova