La svolta delle indagini conferma il cortocircuito di un’epoca, la nostra, nella quale regna il tutti contro tutti. Specie tra i giovani.
La polizia ha fermato un ragazzo di 21 anni, accusandolo di tentato omicidio per aver sparato con una pistola a pallini contro due attivisti dell’Anpi (associazione nazionale partigiani), Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano nel pomeriggio del 25 aprile.
A sorpresa si scopre che il fermato, Eitan Bondi, che avrebbe ammesso le sue responsabilità, rivendica di far parte della “Brigata Ebraica”. Ma i rappresentanti dell’associazione ne smentiscono l’appartenenza.
E’ un nome storico che riporta alle recenti contestazioni nel corteo per la festa della Liberazione a Milano subite da chi sventolava le bandiere e il ricordo di quella brigata di volontari che dal 1944 combatté per la libertà.
Sono stati costretti ad abbandonare la sfilata a suon di insulti e con uno strascico di reciproche accuse e di annunciate denunce tra responsabili della Comunità ebraica e dirigenti dell’Anpi.
Sorte simile era capitata ai giovani di Forza Italia, impossibilitati a raggiungere il Duomo, perché “gli antagonisti ci hanno costretto a uscire dal corteo”.
La stessa intolleranza, in una giornata che avrebbe dovuto, al contrario, unire tutti gli italiani all’insegna della memoria per la riconquistata libertà il 25 aprile 1945, era stata registrata nei riguardi di chi la Resistenza oggi la incarna da più di quattro anni: donne e uomini che sfilavano con bandiere dell’Ucraina e che, al paradossale grido di “siete dei nazisti” e colpiti da spray urticante, sono stati costretti ad allontanarsi dal corteo a Roma assieme a una pattuglia di esponenti radicali. Il tutto provocato da “personaggi legati a movimenti di estrema sinistra”, secondo la questura.
Ma destra e sinistra, invasori e liberatori, fatti storici e ideologismi dell’ignorante presente, tutto, in realtà, ormai si mescola e si confonde. Alimentato dall’abitudine all’offesa e a un’aggressività sempre più violenta e immotivata che il nostro tempo da rete sociale testimonia.
E così, mentre la Comunità ebraica di Roma si dice attonita e “condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica” solidarizzando coi due feriti, di nuovo a Milano un uomo di 33 anni viene aggredito a colpi di casco e a pugni da militanti di estrema destra.
L’hanno colpito perché stava staccando manifesti affissi per invitare all’evento in ricordo dell’anniversario -29 aprile 1975- dell’uccisione di Sergio Ramelli, il diciottenne del Fronte della gioventù che fu aggredito a colpi di spranga e chiavi inglesi da attivisti di Avanguardia operaia (estrema sinistra extraparlamentare). Morì dopo giorni di straziante agonia.
Ma quell’odio da anni di piombo e quella violenza che accecò giovani di opposte posizioni politiche non possono e non devono più trovare cittadinanza. Qualunque sia la motivazione dell’intolleranza.
Chi ricorre alla violenza ha torto sempre e comunque.
Bisogna ripartire da qui per interrompere il grave e pericoloso cortocircuito.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova