Inaugurando a Washington il “Board of peace”, il Consiglio di pace da lui inventato e presieduto per ricostruire Gaza dalle rovine, su una cosa Donald Trump ha ragione. Nel dire che la pace è più facile a dirsi che a farsi.
Ma a “fare la pace”, si deve adesso cimentare senza più alibi l’organismo al quale aderiscono 26 Paesi, molti del mondo arabo e diversi di quello europeo. Con l’Italia presente da Stato osservatore, pur rappresentata ad alto livello istituzionale dal suo ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Mentre la Germania ha mandato a “osservare” solo un funzionario e il Vaticano guarda da un’altra parte, avendo deciso di non partecipare alla creatura di Trump. “Spiacevole scelta”, il piccato commento della Casa Bianca.
Tuttavia, è ormai superata la polemica sulla stravagante natura giuridica di tale Consiglio, che ha l’intento di affiancare l’Onu, di fatto riconoscendone la sua conclamata impotenza. E con il padrone di casa, Trump, che sarà lui ad aprire e chiudere le porte d’ingresso a Paesi e personalità secondo il suo insindacabile e volubile giudizio.
Ma ora che il gioco si fa duro, perché agli annunci devono seguire i fatti per rasserenare il Medio Oriente e dare un tetto e una speranza ai palestinesi -in attesa dell’oggi utopistico “due popoli, due Stati”, ma provarci sempre-, già si prevedono oltre 7 miliardi di dollari in investimenti e almeno 5mila soldati chiamati alla sicurezza.
Una sicurezza legata alla pace e che non potrà né dovrà -ha ammonito Trump- essere demandata a Hamas, cioè gli autori della strage del 7 ottobre in Israele destinati a essere disarmati.
Il Consiglio di pace, che parte con molte incognite, è però la sola iniziativa internazionale in ballo per far rinascere la Striscia di Gaza.
Questa unicità lo rende forte e debole al tempo stesso.
Forte, perché in mancanza d’alternative, la pace bisogna cominciare a cucinarla con quello che passa il convento. E nel convento c’è un solo cuoco -Trump- e molti aiuti pur di peso in cucina.
I quali hanno tutti il comune interesse, anche geopolitico ed economico, che la sfida abbia successo.
Perché, se invece l’iniziativa naufragherà per le più imprevedibili ragioni, come quella di non riuscire a parlare tutte la parti in causa, la grande occasione diventerà l’ennesimo fallimento in Medio Oriente.
Sarebbe una tragedia nella tragedia. E siccome pur di arrivare alla pace -il supremo traguardo- ogni sforzo va contemplato, “osservare” nel Consiglio di pace è un male necessario.
Male, certo: l’organismo è nelle mani del suo immaginifico fondatore e nessuno può prevedere dove porterà e ci porterà Trump (che già guarda pure all’Iran, mettendo in guardia quel regime di crimini e violenze).
Necessario, il partecipare, perché gli assenti hanno sempre torto.
E l’Italia, che ha assistito e curato i palestinesi colpiti a Gaza come nessun altro Paese ha fatto in Europa, e che mantiene ottimi rapporti politico-diplomatici con Israele, ha tutte le carte in regola per dare esempi e idee.
Siamo osservatori, ma non intrusi nel Consiglio appena nato.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova