Il Consiglio di pace di Trump: istruzioni per l’uso

Nel mondo del diritto rovesciato nel quale ci hanno scaraventato, pur con modalità e prepotenze molto diverse, Vladimir Putin e Donald Trump, la polemica sul Consiglio di pace, l’evocato “board of peace”, rischia di apparire surreale.

Non occorre l’aiuto dei giuristi per comprendere che l’organismo internazionale inventato dal presidente degli Stati Uniti a sua immagine e somiglianza per stabilizzare e ricostruire la devastata Striscia di Gaza, sia una caricatura dei principi fondamentali e delle regole elementari che valgono tra gli Stati.

Basti il dire che Trump ne è presidente a vita con poteri di nomina, di invito e di revoca dei membri, Paesi o personalità prescelte che siano.

Solo Dio potrebbe più di lui e chissà fino a quando.

Dunque, le opposizioni hanno ragione, quando attaccano il governo per essersi fatto sedurre -a differenza dei grandi Paesi come Germania e Francia con cui ci confrontiamo-, da una simile creatura inesistente in natura giuridica e geopolitica.

Ma anche il governo ha argomenti fondati per difendere l’evidente compromesso che ha trovato -partecipare al Consiglio di pace, sì, ma solo “da osservatori”-, per non perdere l’unico treno in partenza per il Medio Oriente in fiamme. Un viaggio con l’intento di rasserenare gli animi, ridare un tetto e una speranza ai palestinesi nella prospettiva -chissà come e chissà quando- dei “due popoli, due Stati” oggi ancora molto lontana.

E’ perciò all’insegna del realismo, che continua a valere anche nel mondo ribaltato di Putin e Trump, che il governo ha scelto di stare dentro la trovata del Re statunitense per vedere “come butta” e per capire, nel rispetto della nostra Costituzione che non prevede fughe solitarie e impari in avanti, in che modo l’Italia potrà essere coinvolta nella rinascita di Gaza.

Perché con la stessa verità che le opposizioni richiedono alla maggioranza nell’ammettere che in realtà siamo di fronte a un mostro giuridico, e che l’Italia ha una dignità nazionale e internazionale che nessun Trump di turno deve poter scalfire, bisogna riconoscere anche altre due cose: il conclamato fallimento dell’Onu, cioè dell’organismo preposto a risolvere i conflitti e invece dimostratosi sempre intrinsecamente inadeguato e impotente (non solo su Gaza, oltretutto).

E poi che l’iniziativa del presidente statunitense è priva di alternative.

Non ci sono, allo stato, altri piani all’orizzonte né Paesi o organismi che abbiano elaborato soluzioni diverse per il Medio Oriente.

Forse per una volta bisogna turarsi il naso e vedere con pragmatismo se questo irrituale e irritante Consiglio di pace alla pace potrà in concreto portare o no. Starne fuori per una indiscutibile ragione di principio oppure “osservare” con il nasino ben tappato a due mani?

Qual è, insomma, la strada migliore per arrivare sul serio alla fine delle ostilità e dell’odio e all’inizio della ricostruzione di Gaza, l’unica cosa di sicuro condivisa da maggioranza e opposizioni?

La discussione è aperta e libera. Purché alle parole seguano i fatti e al Frankenstein creato da Trump, la pace.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova