La guerra di Putin all’Ucraina: quattro anni dopo

Doveva essere una guerra-lampo, giusto il tempo per arrivare a Kiev in tre giorni, deporre o avvelenare -secondo il costume del regime aggressore- il presidente Volodymyr Zelensky e far fare all’Ucraina la stessa fine degli Stati-fantoccio che tanto piacciono a Vladimir Putin.

Invece quattro anni dopo l’invasione del 24 febbraio 2022 e nonostante il quotidiano bombardamento giorno e notte, il rapimento di oltre 20 mila bimbi ucraini, le stragi di civili documentate e il mandato di cattura da parte del Tribunale penale internazionale per crimini di guerra, lo Zar non è riuscito ad occupare neppure tutto il Donbass.

Bastano i fatti, orribili, per far cambiare opinione a quanti dicono che la vittoria dell’assalitore sarebbe ineluttabile. Che gli ucraini dovrebbero arrendersi, perché meglio sottomessi, stuprati e umiliati che morti.

Che chissà se valga la pena dare armi e soldi a Kiev per resistere, cioè la versione moderna del cinico e vile “morire per Danzica?” all’epoca di un’altra e tanto simile violazione violenta del diritto e di tutto: l’aggressione di Hitler alla Polonia nel 1939.

Invece inizia il quinto anno di guerra, dolorosamente. Ma al di là della propaganda russa così ben ripetuta dai filoputiniani in Europa, l’Ucraina è ancora in piedi e la Russia in reale ma ovviamente autocensurata difficoltà. Non solo per il risvolto negativo sulla sua economia e per il discredito politico a livello universale, ma anche per la stima di un milione e duecentomila tra morti e feriti (il doppio di quelli ucraini) per acquisire nell’intero 2025 meno dell’1% del territorio del Paese aggredito.

La prepotenza non ha vinto per merito degli ucraini, che si stanno immolando per la loro e nostra libertà senza ascoltare gli interessati consigli a farla finita da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che passerà alla Storia per il tappeto rosso steso in Alaska (agosto 2025) ai piedi dell’aggressore Putin.

Ma il merito del “resistere, resistere, resistere!”, ossia dell’unica strada realistica per arrivare a trattare non in ginocchio una pace giusta per il martoriato popolo, è anche dell’Europa. Che ieri avrebbe votato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Putin, se i soli due suoi estimatori, il presidente ungherese e quello slovacco, non avessero posto il veto. Un’Europa che fin dal primo giorno e con il contributo decisivo dell’Italia per mano di Mario Draghi, riaffermato da Giorgia Meloni e con l’esemplare, incessante supervisione di Sergio Mattarella -non a caso più volte attaccato da Mosca-, ha dato agli ucraini ogni sostegno possibile per non cedere all’invasore. Per far fronte al plateale e sleale disimpegno di Trump dall’Occidente.

“Putin ha già scatenato la terza guerra mondiale, va fermato”, ammonisce Zelensky. “Lottiamo per il nostro futuro”, è invece il punto di vista moscovita.

Quattro anni dopo l’Europa, che da 80 anni ha la pace nelle sue vene, è molto più consapevole della posta in gioco. E del dovere di stare dalla parte giusta della Storia: quella degli aggrediti, del diritto e della libertà.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova