Nove giorni dopo, la guerra in Iran già presenta non solo il costo umano di un’offensiva in pieno e devastante corso -un costo di vite ovviamente incalcolabile-, ma anche il conto economico. Che invece si può calcolare.
Alle sole imprese in Italia l’effetto del conflitto potrebbe comportare una spesa di almeno 10 miliardi di euro in più, rischiando di mettere in crisi importanti settori produttivi.
E’ l’esito degli inevitabili aumenti dell’energia e del gas. Oltretutto si tratta di un impatto soltanto stimato e comunque imprevedibile nel lungo termine, posto che nessuno è oggi in grado di stabilire quanto tempo l’attacco degli Stati Uniti e d’Israele potrà durare. Né fino a quando e con quali obiettivi il regime degli ayatollah reagirà ai massicci bombardamenti sul suo territorio e alla richiesta di “resa senza condizioni” da parte del presidente statunitense, Donald Trump.
Secondo Confartigianato, “il conflitto espone a rischi 27,8 miliardi di euro di export manufatturiero verso i mercati mediorientali e 15,9 miliardi di importi di beni energetici”. Un salasso per il “made in Italy” che insidia anche la ripresa economica. E le maggiori ripercussioni si avranno in particolare nelle regioni del Nord.
Non è l’unico effetto negativo della guerra da tenere in considerazione.
La partecipazione dell’Italia alle missioni difensive concordate con i principali Paesi europei a benefico delle sei nazioni del Golfo più esposte al conflitto avrà un costo valutato -e già “autorizzato” dal governo- di 380 milioni. Con il possibile invio di fino a duemila militari nell’area.
Ma il peggio è lo scenario che si prospetta con la chiusura dello Stretto di Hormuz, dove passa il 20% del petrolio mondiale.
Se nel giro di pochi giorni i Paesi del Golfo saranno costretti a fermare le loro esportazioni, il petrolio, che è in forte rialzo (sopra i 90 dollari al barile), potrebbe balzare addirittura a 150.
E’ ben vero che le autorità iraniane, in difficoltà militare e politica -è scontro interno sul successore dell’uccisa “guida suprema”, Ali Khamenei-, hanno detto che il loro controllo sullo Stretto non si estenderà a tutte le navi che l’attraversano. Precisando che essi intenderanno colpire “solo quelle degli Stati Uniti e d’Israele”.
Ma nessun esportatore oggi s’avventura per quel mare in tempesta, dove le necessarie garanzie di sicurezza sono uguali, cioè inesistenti, per tutti.
Dunque, il risvolto economico di una guerra che potrebbe apparire distante o in esclusiva ai suoi contendenti in Medio Oriente, si farà sentire anche sulle bollette delle nostre case, sulle esportazioni, sul bilancio dello Stato. A prescindere dai futuri equilibri geopolitici che interessano pure attori non protagonisti, quali Russia e Cina.
In ballo 25 miliardi di dollari, ecco quanto “vale” il trasporto del gas e del petrolio che incide pure sulle economie di Paesi non direttamente coinvolti.
L’allarme per l’Italia rivela i danni collaterali e invisibili, ma presto percepibili delle lontane guerre altrui, che invece si scontano anche dietro l’angolo di casa.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova