Iran, il primo messaggio di Khamenei (il figlio di papà)

Nel suo primo messaggio televisivo alla nazione dopo l’investitura, senza mai comparire in video e letto da altri, Mojtaba Khamenei, il figlio di papà, ha annunciato linea dura e vendetta nei panni della nuova “guida suprema” dell’Iran.

“Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, i Paesi della regione chiudano le basi americane”, ha ammonito l’universo. Per concludere con l’avvertimento del “non ci arrenderemo mai e vendicheremo il sangue dei nostri martiri”, che suona rivolto al presidente americano, Donald Trump. Il quale sollecita la resa senza condizioni per porre fine all’intervento militare.

Dunque, l’attacco statunitense-israeliano continua (quattordicesimo giorno di guerra) e gli effetti sull’economia globale rischiano di diventare la bomba nella bomba, cioè il danno invisibile, ma pesantissimo provocato dal caos dei mercati pagato dal mondo estraneo al conflitto.

Un’ulteriore insidia rispetto a quella drammatica e documentata ogni giorno di sangue con tutti i morti, le distruzioni e l’odio che ogni guerra genera e degenera.

E’ proprio dallo Stretto di Hormuz, sul quale il capo del regime intende concentrare la sua controffensiva, che passa il 20% del petrolio mondiale per un valore stimato in 25 miliardi di dollari. Con 1.100 navi impossibilitate -causa guerra e ultime, chiare minacce- a svolgere la loro attività.

Il prezzo del barile già oscilla intorno ai 100 dollari e i pasdaran, che rappresentano una colonna portante del sistema e non solo i famigerati e feroci “guardiani della rivoluzione” repressori dei manifestanti per la libertà, avvisano: attenzione, arriverà a 200.

Secondo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, i primi dieci giorni di guerra sono costati 3 miliardi di euro in più per l’energia, cioè per l’importazione di combustibili fossili. “Il prezzo per la nostra dipendenza”, come dice. Il gas è aumentato del 50%, il petrolio del 27.

La ricaduta in Italia della nuova crisi energetica si traduce sul previsto rincaro di bollette (fra il 10 e il 15% secondo gli analisti) e sul già avvenuto rialzo della benzina. Effetti che potrebbero essere ancor più negativi e penetranti nell’economia nazionale, se il conflitto durerà a lungo. Con conseguenze sulla bilancia commerciale e sul potere d’acquisto. Perché sull’onda dei costi energetici in salita gli esperti paventano rischi di inflazione e un freno per la crescita.

L’Italia rischia di pagare il prezzo più salato in Europa per l’aumento dell’energia, a causa della troppo alta dipendenza dal gas che importiamo. Pagheremmo, così, il costo economico anche delle scelte politiche del passato, che per decenni hanno trascurato l’importanza dell’essere autonomi.

La nostra autonomia energetica è molto ridotta: non arriva a un quarto del fabbisogno (la media europea è quasi del 40%).

A maggior ragione gli effetti della guerra impongono la diversificazione delle fonti, la valorizzazione di quelle alternative e rinnovabili e l’attenzione del governo per misure che possano tutelare le famiglie e le imprese dagli aumenti mediorientali.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova