Sarebbe straordinario poter dire che Vladimir Putin ha accettato di sedersi a un tavolo neppure di pace, ma almeno di tregua (perfino di questa oggi ci accontenteremmo) con l’aggredito Volodymyr Zelensky. E che l’Iran ha acconsentito di riaprire lo Stretto di Hormuz d’intesa con gli Stati Uniti e quindi ordinando ai suoi alleati Houthi di non attaccare più le basi aeree in Arabia Saudita. Bello sarebbe poter assistere alla fine d’ogni ostilità nell’intero Medio Oriente e tornare a coltivare l’antico sogno infranto dei due popoli, due Stati.
Invece il mondo non è come vorremmo che fosse. L’inevitabile bagno di realismo ci impone di ricordare che, al confine d’Europa, l’Ucraina è in guerra da 4 anni e quasi 7 mesi. L’altro giorno due caccia italiani si sono alzati in volo dalla base in Lituania per accompagnare fuori dallo spazio aereo del Paese e Nato due jet militari russi.
Non era la prima volta e, del resto, le incursioni russe con droni, gli attacchi informatici, le provocazioni, i sabotaggi, gli spionaggi nel continente non si contano, ormai. La “guerra ibrida” -come la chiamano-, è già all’ombra dell’Europa.
Oltre alla perdurante guerra subìta dall’Ucraina, anche l’altra guerra combattuta o minacciata o le due cose insieme fra l’America del presidente Donald Trump assieme al governo israeliano di Benjamin Netanyahu da una parte e il regime degli ayatollah dall’altra continua come prima e più di prima.
Ne è l’amara conferma il risvolto economico del petrolio e del gas bloccati dal conflitto da quasi 7 mesi con costi arrivati alle stelle per l’universo.
Ne è la concreta conferma l’attacco attribuito agli Houthi alla base saudita di Ta’if che ha colpito un caccia Eurofighter italiano.
“Non ci sono feriti”, ha riferito il ministro della Difesa, Guido Crosetto, mentre la fregata Bergamini sta già scortando un nostro mercantile a Bab el-Mandeb, che congiunge il Mar Rosso col Golfo di Aden e perciò con l’Oceano Indiano. Una decisione che il ministro ha preso senza aspettare le lungaggini della burocrazia dell’Ue, perché ne va della sicurezza dell’Italia. Ritardare i tempi commerciali significherebbe danneggiare l’economia già in difficoltà per la spesa energetica.
Dunque, con la missione-Bergamini scatta la protezione nazionale in attesa di quella europea sollecitata da Crosetto con una lettera.
Di nuovo, è il realismo che induce il nostro Paese d’intesa con l’Ue a muoversi con la necessaria consapevolezza e la dovuta responsabilità in uno scenario imprevedibile. Dove altri fanno la guerra e noi, italiani ed europei, ne paghiamo le conseguenze pur non partecipandovi. Riaffermando, anzi, di non volervi prendere parte. Anche a Trump, che aveva chiesto un aiuto militare per Hormuz.
Ma il ruolo europeo ed italiano resta imprescindibile per contribuire a risolvere conflitti che oggi appaiono irrisolvibili. La guerra è degli altri, ma la pace è di tutti, quindi anche nostra.
L’impegno dell’Italia a fianco dell’Ucraina e a tutela della nostra economia sul Mar Rosso semplicemente questo testimonia.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova