Ci voleva il Mondiale dei tre Paesi americani -Stati Uniti, Canada e Messico- per svelare la mancanza di un sentimento europeo.
Per noi tutti l’Europa è un destino. E’ una necessità geopolitica, specie di questi tempi. Rappresenta l’istituzione che ha garantito 80 anni di pace. Che ci ha confortati nella libertà e nel benessere. Che ci fa viaggiare senza passaporto e avvicinare a culture, lingue, memorie una più ricca dell’altra. Qualcosa di imprescindibile e della quale siamo consapevoli e pure felici.
Ma è un legame razionale frutto della politica e figlio della storia e della geografia. Non c’è, invece, un vincolo emotivo né appassionato, come testimonia il tifo sportivo che generalmente e paradossalmente abbiamo riservato alle squadre africane e sudamericane, ogniqualvolta esse affrontavano Nazionali del nostro continente. E il cuore non mente.
Abbiamo spesso tifato per gli altri e molto poco per i “nostri”, si chiamassero Germania o Francia, Inghilterra o Belgio, Olanda o Norvegia.
Meglio il Paraguay o il Marocco, il Senegal o il Congo, la Costa d’Avorio, l’Algeria, chiunque tranne gli undici europei che scendevano in campo con i colori dei Paesi dell’Unione europea.
“La mia Africa” -film bellissimo-, è prevalsa sulla nostra Europa.
Si dirà: ma dov’è lo stupore? Mancando l’Italia, possiamo seguire il Mondiale con distacco e perciò tifare, semplicemente, per il bel calcio.
Per la Nazionale in apparenza più debole: Davide sempre meglio che Golia. Tifare per la squadra con cui ci immedesimiamo, perché vi giocano calciatori stranieri delle nostre squadre di serie A.
Senza l’Italia, possiamo permetterci il lusso della ripicca. Figuriamoci nell’assistere al Paraguay che eliminava i tedeschi. I quali ci prendevano in giro perché non ci siamo qualificati. Ma in realtà ci invidiano: sono i vinti delle epiche sfide in Messico 1970, Spagna 1982 e a casa loro nel 2006.
E poi è ovvio che possa dispiacerci che la Francia, miglior Nazionale finora vista, salga a tre titoli, avvicinandosi ai nostri quattro.
Ci sono mille ragioni comprensibili o irragionevoli e molto umane motivazioni (grandi o piccole che siano), per gufare con divertimento.
Per sentirci dentro il Mondiale da assenti: molti tifavano per il Brasile, sol perché allenato da Carlo Ancelotti. Per indignarci con la Fifa e con Donald Trump a causa dell’intromissione politica compiuta nelle scelte arbitrali.
Resta, tuttavia, il fatto che da europei, quali siamo, non ci viene l’istinto di condividere almeno un po’ della passione che gli altri europei stanno provando ognuno per la sua Nazionale.
L’Europa non ci fa venire i brividi. Non ci commuove. Non ci fa sentire tutti per uno, nonostante la bandiera con dodici stelle dorate su sfondo blu, l’Inno alla Gioia e la coscienza delle comuni radici nel Vecchio Continente. Nonostante l’Unione europea: se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.
Il Mondiale racconta che l’Europa è il nostro mondo. Ma non è -o forse non è ancora o mai lo diventerà, chi lo sa- la nostra seconda Patria.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova