Da una parte, in Ucraina, si continua a bombardare. Eppure, Volodymyr Zelensky, forte di una resistenza all’offensiva di Mosca che negli ultimi tempi è diventata più solida e tecnologicamente protetta (al punto da aver portato alla riconquista di piccole porzioni del territorio occupato e di attacchi in quello russo), rivolge un inedito appello a Vladimir Putin, l’aggressore: “Incontriamoci e finiamo questa guerra”.
Subito arriva l’evviva di Donald Trump, il perdente non dichiarato di un conflitto che non è riuscito a fermare, nonostante i suoi proclami, l’amicizia con Putin, il trattamento spesso irritante riservato a Zelensky: “Felice che i due parlino di incontrarsi”.
L’idea di un faccia a faccia che possa almeno interrompere una guerra che dura da 4 anni e quasi 4 mesi non svanisce neanche di fronte alle prime e irridenti reazioni del Cremlino: “Zelensky può venire a Mosca quando vuole”.
Poi ci pensa Putin a spegnere il sogno di mezza estate e di qualche ora: “Non c’è ragione di incontrare Zelensky”. “Hanno scelto ancora la guerra”, ribatte il respinto, che a sua volta, consapevole del rafforzamento acquisito sul campo, dice a Putin che le sue risorse si stanno riducendo. “Lo sai bene, quando il popolo russo si stanca, arrivano i cambiamenti”, l’avvertimento finale.
E così la minacciosa guerra delle parole continua ad affiancare quella dei missili e dei droni.
Ma dall’altra parte e nell’altra guerra israeliano-americana contro l’Iran anche per interposto Libano, una guerra che nei confronti di Teheran figura sospesa in attesa pure di capire che ne sarà dello Stretto di Hormuz, gli iraniani escludono l’incontro parallelo a quello sfumato Zelensky-Putin, cioè fra Trump e la guida suprema Khamenei. Incontro che il presidente statunitense aveva auspicato.
E allora, mentre si susseguono vertici europei e internazionali per venire a capo delle due crisi -l’ucraina e la mediorientale-, tra i contendenti americani e iraniani volano minacce con la stessa disinvoltura con cui si prospettano intese su Hormuz e sul programma nucleare.
Ma intanto ecco un segnale distensivo e peraltro inevitabile: la concessione dei visti ai calciatori iraniani per il loro ingresso negli Stati Uniti in vista del Mondiale in arrivo.
Se il primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu, esclude una tregua in Libano, spiegando che non c’è intesa con Hezbollah, l’esito di tutte queste guerre promosse e sospese lo certifica l’Istat in anticipo.
Il Pil italiano potrebbe crescere quest’anno e anche il prossimo un po’ di più (dello 0,7% rispetto allo 0,6% calcolato dal governo), se non ci fosse l’incognita della guerra.
Ma conta la “normalizzazione delle tensioni internazionali”, che però nessuno può ancora garantire, a più di tre mesi dall’inizio del conflitto iraniano con il blocco di Hormuz e il contraccolpo energetico-economico per tutti, data l’impossibilità del trasporto navale di gas e petrolio.
Fra incontri saltati, minacce scambiate e visti inoltrati l’effetto della guerra si fa sentire anche dove la guerra nessuno combatte.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova