Comincia il Mondiale dei tre Paesi e della mina vagante Trump

Comincia il primo Mondiale che si giocherà in tre Paesi. Il primo con 48 Nazionali. Il primo per la terza volta ospitato dal Messico e per la terza volta senza l’Italia.

Ma forse la novità destinata a fare più rumore nei 38 giorni di partite da giugno a luglio è che tra Stati Uniti, Canada e il già citato Messico si apre il primo Mondiale dell’era-Trump.

Che cosa questo possa comportare, nessuno può prevederlo.

Ma già rendono l’idea gli esasperati controlli alla frontiera su Nazionali regolarmente iscritte e annunciate. Con la vicenda che sarebbe comica, se non fosse assurda, del più bravo e premiato arbitro somalo, Omar Artan, rispedito a casa dopo undici ore di interrogatorio.

Di più, imprigionato a Miami prima d’essere espulso a causa di un’omonimia con un capo militare somalo.

Talché si deduce che la pur potente Fifa ha avuto fifa di mettersi contro l’amministrazione-Trump, provando almeno a spiegare che il povero Artan, il quale sognava di coronare il suo sogno arbitrando nella competizione più popolare che esista, non era l’Artan immaginario dei burocrati al confine.

Figurarsi che cosa potrebbe mai accadere se, per caso, il presidente statunitense contestasse un arbitraggio, un gol assegnato o negato, un supplementare allungato o accorciato.

Fantacalcio? Forse no. Perché, a parte questo grottesco episodio di confine, che già crea un brutto e ingiusto precedente, Trump ci ha abituati ai dazi suoi in ogni ambito. E qui, al Mondiale, scenderà in campo pure la “sua” Nazionale. Insomma, chi fischierà, vedrà.

Ma stavolta il cielo non sarà Azzurro sopra l’America. Stavolta non potremo emozionarci al “Campioni del mondo!” ripetuto cinque volte, se l’Italia si fosse classificata e arrivata in cima all’universo.

Sarà un dolore incessante e difficile da consolare, anche e solo tifando per il bel calcio di questa o quella Nazionale. O per l’altra Nazionale presente, in assenza dell’Italia, da parte di chi ha la fortuna di appartenere e amare due Paesi: quello di nascita e quello o quelli di formazione, gli italo-qualcos’altro. Oppure tifare per i calciatori stranieri nella nostra serie A e, per interposta simpatia, per le loro squadre. Per i campioni all’ultimo giro, Lionel Messi, Cristiano Ronaldo, Luca Modric.

Tifare per i tre italiani (arbitri esclusi, altri quattro), che allenano il Brasile, la Turchia e l’Uzbekistan. Affidati al brasiliano Carlo Ancelotti, al turco Vincenzo Montella, all’uzbeko Fabio Cannavaro: anche questo ci tocca inventare, pur di illuderci che in campo, anzi, in panchina scenderemo almeno un po’ anche noi.

Resta l’incognita che vale per tutti, la mina vagante di Trump.

Il quale tiene molto al Mondiale, comprendendo bene quale risvolto economico, di immagine e di potenza potrà avere per il suo Paese.

Che farà la parte del leone. Delle 104 partite in programma ben 78 si disputeranno negli Stati Uniti. A prescindere dal costo esorbitante dei biglietti e alle prime lamentele di caos organizzativo.

Che la grande festa cominci. Con molti rimpianti, possiamo almeno dire: “Vinca il migliore”.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova