Coincidenze, che cosa dicono la grande festa negli Stati Uniti per la Dichiarazione d’indipendenza e l’imponente funerale in Iran di Ali Khamenei

In politica non sempre le coincidenze sono soltanto coincidenze e l’ultima di esse fa molto pensare.

Se oggi gli Stati Uniti celebrano il 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, cioè il documento che, separando dalla Gran Bretagna le 13 colonie nordamericane, avrebbe sancito la nascita della Nazione più potente al mondo, dall’altra parte dell’emisfero, in Iran, avviene una altrettanto, ma quasi opposta cerimonia imponente: i funerali di Ali Khamenei, guida suprema del regime per quasi 37 anni, uccisa il 28 febbraio nel corso degli attacchi missilistici israeliano-statunitensi.

Per sei giorni il governo teocratico trasformerà l’addio solenne in una prova di forza da esibire all’universo, e non solo per le delegazioni dei cento Paesi invitate per l’occasione né per le file di cittadini chiamati a omaggiare una figura molto controversa.

E’ considerato il principale responsabile della brutale e longeva repressione della popolazione: violenta violazione dei diritti umani e delle libertà civili, linea durissima contro le donne con la cosiddetta polizia morale a guardia persino di come indossare il velo.

Ma con la morte per mano “nemica” e a causa dei suoi bombardamenti, gli ayatollah puntano far diventare Khamenei simbolo di martirio e di resistenza. E proprio mentre con l’odiata America si stanno svolgendo le trattative per porre fine a ogni conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz senza ricatti né pedaggi, sbloccare i beni iraniani congelati ed evitare il rischio che Teheran possa costruirsi una bomba atomica.

Sono i grandi temi sui quali statunitensi e iraniani sostengono, a turno, d’aver vinto nel negoziato, cioè di aver fatto prevalere il proprio punto di vista sull’altrui. A conferma della circostanza che l’intesa firmata il 17 giugno a distanza davanti alle telecamere (Donald Trump non ha perso l’occasione per mettersi in posa), sia per ora solo una tregua dei sessanta giorni concordati. Ed è già tanto nel Medio Oriente in fiamme. Ma i problemi, pur elencati nei 14 punti del memorandum, sono in buona parte irrisolti.

Fra i punti non c’è neanche un accenno a un auspicabile cambiamento al vertice dell’Iran. Né, almeno, un sommesso invito a non impiccare più gli oppositori.

Al contrario e per bocca dello stesso Trump, l’America “non chiede un cambio di regime”.

Ma il contenuto del memorandum e, ancor più, l’intervento militare scatenato dal presidente statunitense e dal governo israeliano anche per incoraggiare l’arrivo di una nuova leadership -secondo le altalenanti dichiarazioni di Trump-, ora rischiano d’ottenere l’effetto contrario: il rinsaldarsi del regime in nome di Ali Khamenei, in continuità col figlio e successore Mojtaba e in linea con i guardiani della rivoluzione. Che controllano gangli importanti dello Stato e dell’economia. Sono la colonna ideologica del regime.

Dunque, gli ayatollah non sono stati sconfitti né dalla guerra né dalla pace quale adesso si presenta. Priva di una visione a lungo periodo e con un memorandum che ciascuno può interpretare come gli pare.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova