Anche il Parlamento sta vivendo la sua estate rovente sull’onda della riforma della legge elettorale già approdata nell’aula della Camera tra incendiarie polemiche. Nella maggioranza che la propugna, resta irrisolto il tema delle preferenze: introdurle o no? E con quale marchingegno accontenta-tutti, visto che a volerle è il partito della presidente del Consiglio, ma non i suoi alleati?
Difficile, tuttavia, immaginare una forzatura, se non c’è consenso di tutti. Per l’ennesima volta la questione pare destinata a diventare bella, ma impossibile. Bello sarebbe poter scegliere i parlamentari, anziché prendere per oro colato quelli messi in lista gerarchica dai leader e allo stesso tempo controllori di partito e di eletti.
Tuttavia, non accade dal 1992, ultime elezioni politiche nazionali con le preferenze. Anzi, con la preferenza unica frutto del referendum l’anno prima.
Dunque, a parte lo specchietto per le allodole delle preferenze che a parole tutti reclamano, anche nell’opposizione, ma nella pratica nessuno vuole, rimane lo scontro col centrosinistra. Che domanda: perché, se il centrodestra è convinto di fare il bis, vuole modificare proprio la legge elettorale vigente grazie alla quale sta per stabilire il primato del governo più longevo della Repubblica?
L’interrogativo contiene la risposta: il centrodestra ha vinto, perché i suoi avversari si presentarono divisi. Col campo largo in costruzione, nella previsione dei sondaggi si andrebbe al pareggio fra i due schieramenti. E perciò agli inevitabili giochi di Palazzo per dar vita all’esecutivo.
Da qui l’intento del centrodestra di cambiare le regole: vinca la coalizione più votata dagli italiani e governi tranquilla con il premio di maggioranza ora previsto cercando di andare incontro alle esigenze fatte valere dalla Corte Costituzionale sul rapporto fra rappresentanza e governabilità. Ma il centrosinistra contesta pure la soluzione legislativa trovata.
Tuttavia, l’accademico dibattito con buone ragioni da entrambe le parti deve fare i conti con la realtà “sporca e dozzinale” -parole sue- di Roberto Vannacci, il generale in trincea. Secondo i sondaggi, il suo Futuro nazionale sarebbe già solida realtà. Solo il voto dirà.
Ma intanto con la sua destra alla destra Vannacci può far vincere o perdere. Già accadde nel 1996. Pino Rauti aveva lasciato Alleanza nazionale. Pur non prendendo troppi consensi, essi contribuirono alla sconfitta del centrodestra che già si presentava senza la Lega dopo il ribaltone del ’94.
La storia non si ripete mai. Ma il concreto fattore-Vannacci rischia di mandare all’aria sondaggi, riforme elettorali, aspettative a sinistra e preoccupazioni a destra. E forse ciò che oggi appare irrealistico (Vannacci col centrodestra) un domani potrebbe non esserlo più. Sempre che il generale sia disposto lui a far parte in qualche modo del centrodestra, condividendo un programma di governo e abbandonando l’improponibile radicalismo.
Il che comunque conferma quanto Vannacci sia diventato il grande enigma nello scenario che verrà.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova