L’importanza della verità nella civiltà dei selfie e dei tatuaggi

Nella straordinaria “lettera aperta” rivolta nel 1973 ai dirigenti dell’allora Unione Sovietica per denunciare il male di quel regime, lo scrittore russo, Aleksandr Solženicyn, esortava le loro coscienze e quelle del mondo a “vivere senza menzogna”.

Ma già nell’Ottocento un altro grande scrittore russo, Cechov, in uno dei suoi capolavori faceva dire a uno dei personaggi quanto segue: si dice sempre “che alla fine la verità trionfa, ma non è vero”.

L’amore che noi occidentali nutriamo per la letteratura russa e l’istintiva simpatia per il suo popolo, peraltro molto ricambiata nei confronti degli italiani, non può impedirci di constatare quanto la ricerca della verità, a cui per un paio di millenni si sono cimentati filosofi, scienziati e non solo poeti, stia diventando, soprattutto in ambito politico e per le autocrazie, solo un punto di vista.

Eppure, fin dalla notte dei tempi alla celebre domanda di Ponzio Pilato “che cos’è la verità”? (“quid est veritas”?), mai si rispose dicendo che fosse un concetto astratto né indefinibile. Studiosi, non solo credenti, affermarono che la verità fosse lì davanti a lui, il Pilato interrogante: Gesù la testimoniava.

Più umilmente i giornalisti cercano ogni giorno di cogliere e raccontare la verità dei fatti, che sempre si distingue dalla libertà delle opinioni.

Tuttavia, da tempo sembra che alla nostra civiltà dei selfie, dei tatuaggi e dei “mi piace” -la dittatura dell’apparenza-, il tema della verità che ha mosso e muove il mondo non interessi proprio.

Con le loro propagande le guerre hanno amplificato questa non casuale gara alla menzogna, e ne è evidente il perché: se tra Putin e Zelensky si sorvola su chi ha aggredito chi, sarà poi più complicato distribuire torti e ragioni al tempo, purtroppo ancora lontano, della pace.

Forse la più cinica sequenza della verità calpestata in mondovisione l’ha offerto il tappeto rosso srotolato da Donald Trump ai piedi di Putin in Alaska un mesetto fa. Senza che un solo governo occidentale abbia sentito il dovere, in nome della verità, di dire al presidente statunitense che la guerra non è un punto di vista. E che la pace da tutti perseguita non si ottiene facendo sfilare chi la guerra ha scatenato.

Ma i fatti, oggi, sono fastidiosi, perché ci costringono a misurarci con realtà disumane al di fuori della nostra concezione della vita e degli altri, quali le guerre “ripugnanti” -in Ucraina, a Gaza e nei molti altrove- come le chiamava Papa Francesco. Uno che alle verità, a volte scomodissime, mai ha rinunciato. Perché una bugia resta tale anche se ripetuta mille volte.

Se però perdiamo l’interesse, la volontà, spesso anche il coraggio nel cercare di cogliere l’umana verità dei fatti, ci condanniamo non solo a non saper più distinguere il vero dal falso (né il reale dal virtuale, e infatti succede), ma anche ad annientare la nostra intelligenza.

Dal latino, intelligere, “capire, intendere, conoscere”. Cercare di capire come stanno realmente le cose per poter poi fare la cosa giusta.

La verità è il presupposto della nostra libertà.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova