Forse un giorno la Storia dirà che Donald Trump ha fatto anche cose buone. Ma intanto la cronaca sulla guerra in Ucraina racconta di un umorale presidente statunitense -aduso a cambiar idea prima ancora di esprimerla-, irremovibile soltanto su un punto: lasciare Kiev al suo destino, cioè al destino di Putin.
Col quale Trump si sente al telefono (l’ha fatto anche ieri per ascoltare la solita tiritera del “sì al negoziato, però la Russia non rinuncerà mai ai suoi obiettivi”), più di quanto senta la moglie Melania, tanta è ormai la confidenza con lo Zar. Al quale ha da tempo perdonato la marachella d’aver invaso l’Ucraina e di bombardarla da tre anni e più di quattro mesi.
Giova ricordare che all’ultimo G7 in Canada, ovvero all’incontro tra i Paesi più potenti e alleati tra loro del mondo, Italia compresa, il presidente americano rimproverò agli allibiti astanti l’assenza di Putin. Che era stato espulso dal vertice proprio per il suo atteggiamento sull’Ucraina.
In altri e più dignitosi tempi i sei leader redarguiti per non aver invitato il nemico al tavolo degli amici, avrebbero sfidato Donald a duello per una simile provocazione. Invece a sfidarli è stato lui, andandosene con un giorno d’anticipo. Sgridati e pure abbandonati, i Grandi della Terra.
Ora la situazione da comica diventa tragica, perché l’estimatore di Putin ha deciso che non fornirà più agli ucraini aggrediti le armi per difendersi dagli attacchi russi dal cielo. Niente più “Patriot”: che i civili senza più protezioni anti-aeree si arrangino, e preghino.
“E’ disumano”, “centinaia di morti saranno sulla coscienza non solo di Putin, ma anche di Trump”, sono solo alcuni dei numerosi commenti della disperazione ucraina, popolo e autorità.
Eppure, dopo aver assistito all’umiliante trattamento riservato al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, alla Casa Bianca, quattro mesi fa, si sperava che il successivo accordo sulle “terre rare” a lui imposto da Trump col piglio del vecchio padrone delle ferriere, potesse impietosirlo almeno per ragioni economiche: vuoi vedere che gli affari potranno più dei sentimenti e della politica? Interrogativo superfluo, se sarà confermata la già sospesa difesa americana anti-missilistica. Come se la resa dell’Ucraina fosse l’unica cosa che il presidente americano abbia in testa.
Ma allora tocca all’Europa, al Canada a quel che resta della Nato scombussolata da Trump prendere atto della gravità del momento e fornire loro agli ucraini gli strumenti di indispensabile difesa della vita e delle vite bloccati dalla Casa Bianca. Tocca a loro la paziente opera di ricucitura geo-politica con l’insostituibile alleato d’America, facendo ricredere il suo massimo e mai tanto distante rappresentante.
Non è poi così difficile: neppure nel suo partito repubblicano e tantomeno nel vasto potere economico-politico del Paese si trovano troppi fan di Putin.
Bisogna, dunque, riportare Trump con perseveranza alle ragioni dell’Occidente, che sono le ragioni della libertà da oppressori e invasori. Sono le ragioni del diritto.
Sono la ragion d’essere dell’Europa.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova