Sembra di sentire la nota canzone degli Abba, “the winner takes it all”, il vincitore si prende tutto. Invece non siamo negli anni Ottanta e non è il gruppo pop svedese a esibirsi, bensì l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a suonarcele con l’intelligenza artificiale, “perché chi vince in quel campo, vince su tutto”.
Come al solito, Trump entra con la delicatezza di un elefante nel dibattito universale in pieno corso sulla rivoluzione più importante e pericolosa della nostra epoca. Per avvertire che “forze negative vogliono fermare l’intelligenza artificiale” e per opporsi “ai rallentamenti”, pur dicendo che “misure di salvaguardia” possano essere introdotte.
Ma il presidente queste cose afferma proprio mentre il mondo sta esortando i grandi artefici della “Ia” -Ai in inglese- a fare attenzione. Perché la creatura degli umani potrebbe scappare dalle loro mani e dalla loro mente, al punto da non essere più controllata da nessuno. Di fatto Trump attacca chi lancia l’allarme rosso.
Rosso, e tuttavia in tempo ancora giusto per regolare con intelligenza umana quella artificiale dal sen fuggibile, inducendo gli Stati a decidere loro il confine etico e pratico che i giganti del settore non dovranno mai oltrepassare.
E’ il pubblico che deve dire al privato fin dove può spingersi e non viceversa. Un dovere del tutto compatibile con il diritto all’intraprendenza della libera iniziativa e della genialità di singoli e aziende.
Del resto, di recente era stato una personalità come Mario Draghi a sollecitare l’Europa a occuparsi della questione quanto prima, “perché l’intelligenza artificiale è la leva più promettente per la crescita dell’Ue, ma serve capacità di calcolo”.
In sostanza, tocca all’istituzione avere il controllo sull’archiviazione e sul trattamento dei dati. Tale sovranità non può essere lasciata a gruppi oligarchici di alta tecnologia, e non solo per i rischi in concreto che si corrono dallo sviluppo anarchico, cioè nella più totale assenza di regole.
A denunciarlo sono gli stessi protagonisti di quest’innovazione formidabile, se programmata, gestita e controllata a fin di bene e di progresso per tutti. Secondo Jacob Coxon, già ricercatore dell’azienda Anthropic da cui s’è dimesso perché non più a suo agio coi pericoli paventati, entro dieci anni l’Ia potrebbe minacciare la nostra stessa specie: “Trovo spaventoso che l’intelligenza artificiale venga utilizzata per rendersi più intelligente da sola”.
Dunque, occorrono misure di sicurezza per impedire che la ricerca artificiale esca dai binari umani e diventi altro da sé. Una sorta di Dio onnipotente plasmato dagli uomini.
Significative le prese di posizione di ben due Papi. Francesco aveva chiesto un trattato internazionale vincolante sul tema, Leone vi ha dedicato la sua prima enciclica per “disarmare” l’intelligenza artificiale, che non è un fattore puramente tecnico o neutrale.
Intanto, Re Carlo III del Regno Unito riunisce in Scozia i massimi esperti per elaborare una carta che regolamenti la sua applicazione.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova