Sfuma l’ipotesi di introdurre il ballottaggio e resta al 42% la soglia oltre la quale la lista o la coalizione vincenti potranno ottenere il premio di maggioranza. In concreto significa un totale massimo di 220 deputati sui 400 e 113 senatori sui 200 (esclusi gli 8 deputati e i 4 senatori eletti all’estero).
Procede, dunque, a ritmo serrato nell’aula del Senato e fra le polemiche dell’opposizione la riforma della legge elettorale promossa dalla maggioranza. E già stato fissato il terzo giro del provvedimento per il 28 settembre alla Camera, da dove era partito. Vuol dire che le previste modifiche al Senato renderanno necessaria la loro successiva conferma già calendarizzata a Montecitorio.
E’ un testo di iniziativa parlamentare, ma fortemente caldeggiato dal governo e in particolare dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per evitare il rischio del pareggio nelle elezioni politiche in arrivo il prossimo anno (quando di preciso, è ancora presto per stabilirlo).
In sostanza e nel rispetto dei paletti già posti da chiarificatrici sentenze della Corte Costituzionale, con la riforma il centrodestra vorrebbe impedire la formazione di governi frutto di “manovre di Palazzo” o di cambi di casacca più volte avvenuti in passato e che non tengono conto, e a volte ribaltano, la volontà espressa dagli elettori.
Ribatte il centrosinistra: in realtà il cambio della legge sul finire della legislatura è dovuto al fatto che, con la legge vigente, per la maggioranza uscente sarebbe più difficile ripetersi di fronte alle opposizioni intente, stavolta, a presentarsi unite all’insegna del campo largo.
Come spesso succede e al di là dei contrapposti punti di vista, la verità dei fatti sta a metà strada.
E’ vero che il centrodestra avrà una campagna elettorale più insidiosa con un centrosinistra non più diviso come quattro anni fa (e con alla destra della destra il generale Roberto Vannacci, destinato, a oggi, a non coalizzarsi con la maggioranza uscente).
Però è vero pure che il voto degli italiani è stato troppo spesso tradito dai ribaltoni in Parlamento, anche se la riforma in esame favorisce, ma non garantisce che dalle urne uscirà una maggioranza stabile e compatta. Perché se nessuna lista o coalizione raggiungerà il fatidico 42% in entrambe le Camere -ipotesi tutt’altro che irrealistica-, si applicherà il meccanismo proporzionale che non assicurerà affatto un vincitore certo.
Per venire incontro almeno in parte ai cittadini, che vorrebbero poter scegliere loro gli onorevoli da eleggere, e non semplicemente certificare ciò che i leader politici hanno già deciso mettendo i candidati in ordine di elezione partito per partito, ecco che si prospetta l’introduzione delle preferenze. Tolti, tuttavia, i capilista che resteranno comunque blindati.
Le opposizioni rilanciano: nella libertà di preferenza s’includa anche il primo della lista.
L’indicazione con nome e cognome del candidato della coalizione per Palazzo Chigi è prevista al deposito del programma elettorale, ma non figurerà sulla scheda elettorale.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova