Buongiorno e grazie all’Accademia della Crusca e al suo presidente, professor Paolo D’Achille, per l’invito che mi onora.
Presenteremo un libro sulla lingua italiana oltre i confini che è stato scritto all’estero da stranieri, e che perciò è un gran bel libro.
E sapete perché? Perché gli stranieri, docenti che hanno fatto della nostra lingua la loro ragione di vita e di lavoro, non hanno paura di dichiarare il loro amore per l’italiano.
A differenza di molti italiani d’Italia per i quali la nostra lingua non merita neppure d’essere corteggiata, e quindi l’infarciscono e molestano con ridicoli anglicismi.
Invece nel libro non si legge mai una location, un trend, un outfit, un gate aeroportuale. Nel libro non si trascura la lingua italiana, come se fosse meno seducente dello spagnolo o del francese. Non la si nasconde, quasi con l’imbarazzo di presentarla in pubblico nelle grandi occasioni.
Racconterò che un tempo non lontano -almeno fino al 2011-, l’importanza dell’italiano nel mondo era sottovalutata perfino a livello istituzionale.
Ci furono presidenti del Consiglio, ministri degli Esteri e persino un capo dello Stato, tutte degne personalità che volevano un gran bene all’Italia, che però facevano i loro discorsi in inglese o in francese davanti all’assemblea delle Nazioni Unite.
Come se la lingua italiana, che essi stavano rappresentando nel pubblico esercizio della loro funzione e nel più importante e popolare consesso internazionale, non fosse e non fosse stata all’altezza della circostanza
Né valeva la scusa un po’ surreale, come capita tra marito e moglie quando si scopre un tradimento in flagranza -in questo caso il tradimento della bella lingua italiana-, che l’italiano non fosse tra le lingue formalmente invitate al ballo, cioè riconosciute come lingue d’uso alle Nazioni Unite.
Da decenni all’Onu funziona un servizio di traduzioni simultanee proprio per la babele dei quasi 200 Stati che lo compongono.
Del resto, neppure il giapponese e il tedesco risultavano lingue ufficiali all’Onu. Tuttavia, i massimi rappresentanti di quei due Paesi e di molti altri Paesi intervenivano senza complessi nella lingua della loro mamma e del loro popolo. Nelle loro amate lingue nazionali.
L’amore non muove solo il sole e le altre stelle. L’amore è il motore che rende possibile il sogno: dar vita a una comunità di italofonia, sull’esempio delle comunità che all’inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese fanno riferimento al di là d’ogni Stato e geografia.
Rivendico senza false modestie di aver proposto la nascita di un’istituzione internazionale italofona già in una mia pubblicazione del 2001 (“L’America che parla italiano”, Società Dante Alighieri), sull’onda di un viaggio dell’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che ho seguito fra l’Argentina e l’Uruguay.
Già sento l’uccellino di turno che subito pizzicherà: ma dai, come fai a mettere sullo stesso piano i 70 milioni di italo-parlanti fra l’Italia e l’universo con i 21 Paesi che parlano spagnolo, con la cinquantina di Stati chi si danno del tu con la lingua francese, persino con gli 8 Paesi fieri della loro lingua portoghese?
Già sento arrivare l’ombra funesta del “facciamoci del male”, l’italica sindrome dell’autoflagellazione pronta a crocifiggere e confutare con masochismo ogni vituperata ambizione di italianità.
Faccio un piccolissimo esempio: il dire quasi con godimento che non sarebbe vero, come contestava un articolo di qualche anno fa citato nella presentazione del libro, che la nostra lingua sia una delle 4 o 5 più studiate all’estero. Vi ho beccati, italiani che speravate di volare alto, ecco il subliminale non detto.
E a proposito del libro: non l’ho ancora sottolineato, ma è curato con cura, mi scuso per il volontario gioco di parole, dalla professoressa Annalisa Nesi e dal professor Bruno Moretti.
Ma i quattordici accademici stranieri e uno italiano interpellati hanno formato un arcobaleno illuminante sul perché l’italofonia oltre ogni confine sia il naturale destino di quel qualcosa di nuovo, anzi, d’antico che è nella lingua di Dante.
Gli innamorati dell’italiano devono allora sapere che le porte da loro spalancate alla lingua italiana verso l’universo, poggiano anche su dati incontrovertibili. Non come la comica controversia sul fatto che non saremmo né quarti né quinti.
Come sarebbe appagante per il circolo intellettuale e trasversale che si diverte all’insegna del “facciamoci del male”, riuscire ad affermare che siamo gli ultimi della classe. Che l’italiano ha solo un grande avvenire dietro le spalle. Che la parola calcio suona autarchica: meglio il football per tutti, che in spagnolo è giustamente adattato in fútbol con tanto di accento, ovviamente acuto, sulla u, perché chi parla spagnolo non si beve la location, il trend e l’outfit come ce li beviamo noi.
Triste è l’ideologismo anche quando s’intrufola nella lingua. L’ideologismo auto-distruttivo è il male nella società aperta e libera. Un male così ben raffigurato dai fanatici che in America se la prendono, impavidi e coraggiosissimi, con delle statue, quelle di Cristoforo Colombo, il nostro rivoluzionario sull’oceano. Il parricidio dell’America.
L’ideologismo mina i valori della civiltà plurilinguistica di cui facciamo parte. Le lingue rispecchiano le nostre anime e le nostre democrazie.
Per questo hanno bisogno anche di Comunità francofone, iberoamericane, britanniche, italofone che le tutelino e le valorizzino.
Ma l’italiano non è più soltanto la lingua degli italiani.
E’ la lingua del mondo in italiano, è la lingua europea intrisa di umanesimo. E’ la lingua che da Roma antica, dal Rinascimento, dal Risorgimento e oggi dalla Repubblica -le quattro e più importanti “erre” della nostra storia millenaria-, è salpata verso il mondo.
L’italiano appartiene a chi lo ama, non è monopolio dei soli italiani.
E attenzione. Purtroppo è solo propaganda la vera fonte dell’impossibile classifica sulle lingue più studiate nel mondo. Una classifica priva di riscontri logici e scientifici accertati da terzi. Pura e semplice propaganda che ogni nazione fa sulla diffusione della propria lingua-madre, ingigantendo dati spesso inesistenti e soprattutto inverificabili e imparagonabili tra loro, perché ogni anno, Paese e corso di lingua cambiano in continuazione.
Ma c’è una differenza. Mentre tutti gli altri sparano numeri altissimi e guarda caso sempre in crescita sui cittadini che nel mondo apprenderebbero le loro lingue, noi ci bombardiamo all’incontrario, dicendo che non è vero che siamo al quarto o al quinto posto in una classifica senza senso né credibilità. Anche noi scivoliamo senza accorgercene sulla propaganda, ma alla rovescia: sempre contro noi stessi.
E allora, poiché l’amore per la nostra bella lingua è romantico, ma non platonico, cercherò di indicare quali possano essere i dati autentici su cui fare affidamento.
La finalmente nascente -pare il 19 novembre a Roma promossa dalla Farnesina- Comunità italofona, farebbe bene a non adagiarsi soltanto sui 70 milioni di italiani parlanti fra quelli in Patria e all’estero, fra gli studenti non italiani nel mondo e fra gli stranieri in Italia. Detto per inciso, ma va detto alto e forte: i figli di stranieri nati o cresciuti nel nostro Paese e formati nelle nostre scuole, devono avere la cittadinanza.
Civis italicus sum: la politica impari dall’antica Roma.
La Comunità italofona, dicevo, non dovrebbe adagiarsi neppure sui 4 Stati nei quali l’italiano è lingua ufficiale, l’Italia, la Svizzera, San Marino e il Vaticano. Quest’ultimo, peraltro, minuscolo, ma dall’impatto universale.
Il Papa si rivolge in italiano pur sempre a un miliardo e mezzo di credenti. Leone, che è un poliglotta, come tutti i poliglotti mostra il piacere nel comunicare con la lingua dell’Italia e della Chiesa. Papa Francesco, che a differenza di Leone l’inglese male lo masticava, in italiano parlava ovunque, con l’ovvia eccezione della sua America latina.
Al contrario di tutte le altre Comunità internazionali che mettono insieme soprattutto quanti già parlano le loro lingue, la nascente Comunità italofona dovrebbe dedicarsi a quelli che l’italiano non lo parlano. Non lo parlano, ma vorrebbero parlarlo, conoscerlo, frequentarlo in qualche modo.
Non importa la ragione dei non parlanti che sta all’origine del desiderio. Non importa che guardino all’italiano per motivi di lavoro o di turismo, di arte o di cultura, di passione per la musica o per lo sport, di gusto per la moda o l’eleganza, di gioia per il cibo, di felicità per il paesaggio, la storia e tutto ciò che rende l’Italia grandiosa e bellissima agli occhi del mondo.
Un Paese unico, che ogni altro Paese, popolo o persona giudicano come gli pare. Ma sempre contagiati dalla simpatia che l’Italia suscita ovunque.
Credo d’aver girato parecchio per il mondo, sempre meno di quanto avrei voluto e ancora vorrò. Ma nei miei 65 anni di vita, di cui i primi 13 trascorsi in Uruguay, la mia amata terra di nascita e formazione fanciullesca, non ho mai incontrato qualcuno che non abbia sorriso, appena mi sentiva parlare in italiano. Che non abbia aggiunto, “che bella la tua lingua!”
Che non abbia citato qualcosa di italiano che gli è rimasto in testa, negli occhi, nel cuore senza magari aver mai messo piede in Italia.
Dagli spaghetti ai capelli rossi di Jannik Sinner. Da Valentino -nella doppia accezione dello straordinario stilista e dell’inimitabile motociclista- a Paolo Rossi, il calciatore dei campioni del mondo. Dalla Ferrari alla pizza, dalla Torre di Pisa al cappuccino, da Laura Pausini al Colosseo a Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Palermo e via in un crescendo rossiniano verso l’infinito e oltre.
Perché è questa la magia senza tempo che attrae: la bellezza italiana in tutte le sue forme e formidabili espressioni.
Ecco perché la sfavorita lingua italiana rispetto alla diffusione delle altre lingue europee, in realtà può partire in prima fila. Perché non c’è bisogno di convincere nessuno sul perché, se lo desidera, è bello imparare e parlare l’italiano. Conquista al solo sentirlo evocare.
Non si spiegherebbe altrimenti -pensateci-, l’intramontabile successo del belcanto in giro per il mondo.
Lo ricordo sovente: nei teatri che in tutto il pianeta presentano opere liriche, almeno la metà di esse sono cantate in italiano. Spesso da tenori e soprani stranieri bravissimi. Pavarotti ha lasciato il segno.
Il pubblico di ogni latitudine rimane affascinato anche senza capire una sola parola di ciò che sta applaudendo.
Facciamo fatica noi stessi, figuriamoci i coreani, i cinesi, i giapponesi. Eppure, quei tutti si sciolgono al solo canto e incanto dell’italiano nell’Asia lontana (non nell’Argentina filoitaliana, non nella Germania di appassionati, non tra i melomani di Gran Bretagna: in Asia, ripeto).
E allora: il bacino della nascente Comunità italofona dovrebbe essere formato dai tanti “vorrei, ma non posso” avvicinabili alla lingua italiana.
Il conto che conta, va fatto sommando ai 70 milioni di italofoni acquisiti, tutti coloro che per ragioni geografiche, per discendenza familiare, per storia personale o europea o americana o australiana sarebbero e sono naturalmente portati a navigare verso la nostra lingua.
Dalla vicina Albania all’America al di là del mare, dove gli oriundi italiani straripano. Nei soli Stati Uniti il censimento ha rilevato 17 milioni di italo-americani che tali orgogliosamente si dichiarano. Ma secondo la Niaf, l’importante National Italian American Foundation, sarebbero oltre 20. Non quarti o quinti in classifica: 20 milioni e oltre.
Navigherebbero verso l’italiano dalla piccola, ma sensibilissima Malta al sudamericano ed esteso Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay). Non mancano esempi di istituzioni e Paesi con radicate comunità che sono il frutto delle molto diverse emigrazioni italiane di ieri e di oggi. Inoltre la voglia di viaggiare e di conoscere l’Italia mai è stata così intensa come negli ultimi anni.
Tutto ciò testimonia il potenziale enorme interesse per la nostra lingua. Soprattutto se un’Istituzione si prendesse carico di fare rete tra Paesi e personalità capaci di interpretare e lanciare il messaggio dell’italofonia.
La butto lì: non sarebbe forse significativo, per fare un esempio, chiedere a Roberta Metsola, presidente maltese dell’Europarlamento che conosce bene l’italiano, di presiedere lei una simile istituzione italo-internazionale?
Dunque, a conti fatti e includendo i 70 milioni di italiani parlanti, c’è un potenziale pubblico di “italici” -come sono stati definiti da studiosi- di 200 milioni di cittadini residenti in una quarantina di Stati fra i 5 continenti particolarmente attenti all’italiano.
La stima sugli italici non è una buona ragione per immaginare di poter o dover competere con lingue e istituzioni molto più organizzate, salvaguardate e finanziate della nostra Comunità, che deve ancora vedere la luce. Direi anche molto più consapevoli del valore di una lingua persino come investimento economico.
E poi diciamola tutta: l’inglese viaggia su un altro pianeta sopra il cinese mandarino e l’hindi. Qui sulla Terra degli umani lo spagnolo ha quasi doppiato il francese, che è stato superato pure dall’arabo.
La vera novità nel mosaico linguistico degli ultimi anni è il sorpasso dello spagnolo grazie anche alla circostanza che l’America latina non s’è piegata all’inglese statunitense. Sia per amor proprio, sia perché una parte consistente dei latino-americani l’inglese non lo parlava, specialmente una volta. Perciò per comunicare erano gli altri a dover imparare un po’ di spagnolo. E quanti emigravano negli Stati Uniti, tanti, lo spagnolo l’hanno conservato e coltivato per parlare tra loro, di fatto introducendo un bilinguismo anglo-spagnolo nelle aree a più alta densità latino-americana. A Miami per le strade si parla più spagnolo che non inglese.
Ma l’italiano non gioca e non deve giocare nel campionato delle lingue che salgono o che scendono tra la serie A e la serie B.
Il nostro è un campionato molto diverso. E’ un campionato musicale, se vogliamo trovare una metafora. Nel concerto universale delle lingue l’italiano ha il ruolo di un’arpa o di un pianoforte, che si aggiungono ai violini, ai legni e agli ottoni per dare un tocco unico, riconoscibile e ancor più dolce al suono dell’orchestra.
Se poi vogliamo proprio stilare una classifica su dove collocare oggi la nostra lingua tra quelle più studiate nel mondo (magari per poter ottenere riconoscimenti e finanziamenti istituzionali per meglio valorizzarla), il libro della Crusca dona una risposta convincente e incoraggiante.
Leggendo i contributi degli accademici corrispondenti stranieri da Malta alla Spagna, dalla Russia alla Svizzera, dalla Germania alla Polonia, dall’Australia alla Francia, dall’Albania all’Austria, ma anche ai Paesi dell’ex Jugoslavia, all’Estonia, al Canada alla Cina, al Giappone si può concludere che mediamente la lingua italiana figuri sempre e almeno tra le prime sette più studiate. A volte anche prima, altre volte poco dopo. Ma chi se ne importa del posto: siamo comunque tra le sette meraviglie del mondo.
Grazie agli interventi degli italianisti con meticoloso elenco degli iscritti ai corsi d’italiano nelle più diverse realtà culturali europee ed extra-europee, grazie alle loro spiegazioni su quanto, come e perché sia cambiato nel tempo l’approccio degli altri verso la nostra lingua, grazie alle prospettive da loro saggiamente indicate, insomma grazie al reale stato di salute dell’italiano oltre i confini narrato nel libro, possiamo stabilire con certezza e con orgoglio che siamo nel G7 delle lingue.
A prescindere dal numero degli italiani parlanti nell’universo.
La lingua italiana, la lingua da G7, la lingua delle sette meraviglie del mondo vale per il suo prestigio, viaggia per l’amore che emana, vola perché rappresenta il futuro della nostra memoria. Memoria italiana ed euro-americana.
Italofoni di tutto il mondo, unitevi! E’ bello parlare in italiano.
Grazie della vostra attenzione.
Mio intervento il 27 ottobre 2025 presso l’Accademia della Crusca a Firenze per presentare il libro “Italofonia: lingua oltre i confini” a cura della stessa Accademia