C’è chi la guerra la finisce davvero. Potrà sembrar strano che al tempo dell’Ucraina sotto i missili russi da 3 anni e 7 mesi -esattamente oggi-, della tregua non ancora diventata pace strappata a Gaza fra palestinesi e israeliani non più all’offensiva, dell’altra cinquantina di conflitti armati e dimenticati in giro per il mondo. Strano che almeno loro, Papa Leone XIV e Re Carlo III, la riconciliazione storica la raggiungano sul serio a nome dei cattolici e degli anglicani rispettivamente rappresentati. E sui quali per secoli, dallo scisma di Enrico VIII dalla Chiesa cattolica, apostolica e romana nel 1534, regnava la guerra di religione.
Guerra un tempo fatta di scontri e persecuzioni poi a lungo continuata con conflitti spirituali, dispettucci diplomatici e riconoscimento contrapposto su chi fosse il “capo supremo” delle chiese separate.
In altri momenti la visita del sovrano britannico e della regina Camilla in Vaticano, la preghiera congiunta con il Papa nella Cappella Sistina -prima volta in mezzo millennio- recitata nelle lingue universali di ieri e di oggi, il latino e l’inglese, e il molto altro in gesti e parole compiuto per sancire un’unità ritrovata e innalzare ponti al posto di muri, avrebbe avuto un importante, ma soltanto simbolico impatto religioso.
Leone seduto accanto all’arcivescovo di York, Stephen Cottrell -la più alta autorità anglicana dopo il noto arcivescovo di Canterbury-, il coro della Sistina, la lettura della lettera di San Paolo ai Romani all’insegna della speranza, tanti dettagli formali che sono sostanza e che testimoniano un riavvicinamento ben al di là della protocollare udienza privata concessa a Carlo e Camilla.
Per i quali, è bello notarlo, l’Italia sta diventando quasi una seconda Patria, se si ricorda che Re Carlo appena sei mesi fa, in aprile, tenne “il discorso del Re” nel nostro Parlamento, spesso intercalando l’italiano al suo inglese dalla deliziosa pronuncia. Anche ieri nel giorno della riconciliazione ha visitato con la consorte la basilica di San Paolo fuori le Mura, attraversando la Porta Santa. Così come durante la precedente e già citata visita di Stato aveva chiesto di visitare Ravenna per poter ammirare i mosaici bizantini e andare sulla tomba di Dante (alla Camera aveva riletto il celebre “e quindi uscimmo a riveder le stelle”).
Per suggellare l’unione, Carlo è stato solennemente nominato “confratello reale” proprio dell’abbazia e della basilica di San Paolo. Leone è stato a sua volta proposto per la nomina di “confratello papale” -già accettata-, alla cappella di St George a Windsor. Prima volta che accade nella storia.
Gli esperti diranno se siamo o no sulla strada della ricomposizione dello scisma, comunque del suo superamento.
Ma, cinquecento anni dopo, la svolta che parla al mondo di oggi è in quel “confratello” che il Papa e il Re si sono scambiati e riconosciuti.
Perché i confratelli non si sparano né a Kiev, né a Gaza né in qualunque altra parte del pianeta. Ecco il messaggio forte e chiaro dal Vaticano, Anno Domini 2025, 23 ottobre, giovedì.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova