Legge elettorale, quando si cambia è fine di legislatura

Come al Mondiale di calcio, dove intere generazioni di ragazzi e ragazze non hanno la più pallida idea di che cosa significhi vedere la Nazionale in campo, anche sulla tutt’altro che emozionante legge elettorale nazionale legioni di italiani non sanno che cosa voglia dire esprimere una preferenza. Non lo sanno dal lontano 1992, da trentaquattro anni quando, oltretutto, imperversava la preferenza unica.

Ma tale circostanza continuerà a essere solo un ricordo, dopo che la Camera per un solo voto di differenza espresso a scrutinio segreto (188 no contro 187 sì) ne ha bocciato la reintroduzione proposta dal centrodestra e patrocinata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

Sarebbe stata, peraltro, una reintroduzione macchinosa e parziale: i capilista sarebbero rimasti bloccati, ossia decisi dai segretari-comandanti di partito. I cittadini avrebbero potuto dire la loro soltanto sui candidati dal secondo posto in lista in giù.

Ma l’inutile amarcord non rivela soltanto un’allergia partitocraticamente trasversale per il voto di preferenza, ossia per concedere agli italiani la possibilità di scelta. E trasversale non è parola a caso.

Perché è vero che la sorprendente bocciatura è responsabilità della maggioranza. Già si calcolano in una trentina i franchi tiratori a cavallo soprattutto tra Forza Italia e Lega, inizialmente restii alle preferenze.

Tuttavia, è altrettanto vero che nessuno degli oppositori di centrosinistra ha voluto anteporre il pur declamato diritto degli elettori a scegliere loro chi eleggere (anziché a mangiare la minestra passata dal partito-convento), al “no” espresso a prescindere. No all’intera legge elettorale.

Il combinato disposto tra l’autogol della maggioranza e l’obiezione totale delle opposizioni è che gli italiani continueranno a doversi accontentare della minestra offerta loro dai capi-partito.

Per il resto, tutto come da consuetudine in questi casi inattesi ed esplosivi.

“Ha vinto di nuova la palude, ora serve una riflessione”, dice la presidente del Consiglio riferendosi al comportamento masochista della sua coalizione e criticando le opposizioni, “perché non hanno voluto mettere la faccia sul voto”. Reso segreto anziché palese, come lei chiedeva.

“Avete fallito, andate a casa”, rispondono in coro Elly Schlein, Giuseppe Conte e tutte le opposizioni, rinfrancate dalle altrui divisioni.

Fra tradimenti consumati e dimissioni richieste il testo prosegue l’assai più tortuosa, ora, navigazione. Che già era partita male, cioè con l’irriducibile contrapposizione fra maggioranza e minoranze.

Un dialogo fra sordi che adesso si proietta verso la solita caccia ai voltagabbana. Sullo sfondo l’interrogativo su come abbia agito la pur piccola pattuglia dei vannacciani. E poi l’enigmatico destino stesso di questa legge elettorale. Andrà in porto, alla fine?

Solo una cosa appare certa (a parte l’avversione dei partiti per le preferenze): è cominciato il lungo conto alla rovescia della legislatura. Cambiare la legge elettorale o anche solo tentarvi è, da sempre, uno degli ultimi atti dei parlamentari.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova