Contrordine, democrazie: la legge elettorale non è per sempre. Neppure quando è la Costituzione a regolare l’elezione del potente presidente degli Stati Uniti. Dove a rompere il tabù tra il serio e il faceto è stato, neanche a dirlo, Donald Trump, presentandosi alla cena coi corrispondenti con un cappellino rosso e la scritta, visibile e inequivocabile, “Trump 2028”.
“Mi ricandiderò”, ha annunciato, gelando i sorpresi giornalisti in ascolto. Salvo poi precisare che stava scherzando. Ma scherzava davvero?
Da tempo fra l’America e l’Europa soffia un vento in parte populista e in parte antipopulista che conduce allo stesso risultato: la tentazione di cambiare le regole del gioco a partita in corso.
Se negli Stati Uniti la battuta di Trump (battuta?) trova lo sbarramento della legge fondamentale che vieta più di due mandati -ma i margini interpretativi, pur deboli, imperversano nel mondo Maga caro al presidente-, nel Vecchio Continente la questione è più aperta.
I collegi uninominali che in Gran Bretagna hanno garantito per decenni l’alternanza tra conservatori e laburisti sta franando sotto i colpi di Nigel Farage, il nazionalista e antieuropeista ispiratore della Brexit in grande ascesa. In Germania il tradizionale ricambio tra Cdu ed Spd e persino il loro connubio nella Grande Coalizione traballano a fronte dell’impetuoso avanzare dell’Afd, il nazionalismo tedesco, euroscettico e anti-stranieri, dunque estremo sul versante a destra, che i sondaggi danno in testa.
Non dissimile lo scenario parigino, dove Marine Le Pen stavolta potrebbe rovesciare la proverbiale stabilità del semipresidenzialismo, imponendosi anche dove finora aveva perso di continuo: al ballottaggio. Già sei primi ministri succedutisi negli ultimi sei anni dimostrano che il sistema vacilla.
In questo contesto, dove gli equilibri istituzionali di sempre sono picconati alle fondamenta, s’inquadra la polemica anche in Italia sulla legge elettorale che il governo vuole cambiare e le opposizioni mantenere.
E’ già stata modificata alla Camera, sia pure senza le preferenze né un ballottaggio tra le due più forti coalizioni, se nessuna delle due arrivasse al 42% stabilito per ottenere il premio di maggioranza. Preferenze e ballottaggio che, anche secondo i costituzionalisti d’area riformista e non governativa, renderebbero il testo più consono all’obiettivo della stabilità invocata dal centrodestra per la riforma. Vedremo che accadrà al Senato.
Ma il dibattito euro-americano non può prescindere dal rispetto assoluto della volontà elettorale, qualunque sia il sistema -maggioritario, proporzionale o misto- che si voglia introdurre o modificare.
La legge elettorale deve fotografare il diritto dei cittadini a essere rappresentati da chi vogliono e il dovere d’avere un governo che governi, cioè sostenuto in Parlamento e duraturo.
Trump insegna che sognare una legge elettorale su misura per consentirgli il tris in barba alla Costituzione e senza oggi conoscere il desiderio dei suoi elettori, è l’unica cosa che i Parlamenti, italiano ed europei, non dovrebbero fare mai.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova