Guerra e pace, quel filo sottile da Islamabad a Budapest

A Islamabad, la capitale dei mediatori pachistani, va in onda il primo faccia a faccia fra Stati Uniti e Iran dal lontano 1979, cioè dalla drammatica crisi degli ostaggi: 52 cittadini americani sequestrati per 444 giorni presso la loro assaltata ambasciata in piena nuova era dell’ayatollah Khomeini, che così inaugurava la sua Repubblica islamica. Subito dimostrando al mondo di che pasta fosse fatta.

Basta la novità storico-diplomatica per spiegare quanto sia importante il negoziato che, di fatto anche se non ancora di diritto, ha almeno interrotto i venti di guerra. Ed è irrilevante stabilire se il braccio di ferro lo stia vincendo Donald Trump, avendo messo fuori uso la marina, l’aviazione e gran parte dei missili iraniani, come lui rivendica, oppure il piegato, ma non spezzato regime di Teheran. Che ha la carta in mano dello Stretto di Hormuz tuttora bloccato da giocare.

Ciò che in realtà conta è che la pur fragile tregua fra i contendenti rappresenta la prima tenue speranza per spegnere l’incendio in Medio Oriente. Che divampa pure in Libano con lo Stato d’Israele a sua volta disposto a trattare. Non, però, a cessare il fuoco contro Hezbollah.

Ma gli spiragli di possibile anche se incerto cambiamento s’intrecciano con l’Europa, dove oggi va alle urne l’Ungheria per decidere la sorte di Viktor Orbán, il suo primo ministro al potere da sedici ininterrotti anni (più altri quattro in precedenza).

Un personaggio popolare e non solo populista e dalle politiche illiberali -“democratura” viene definito il suo governare-, che stavolta rischia.

Lo sfida Péter Magyar, un conservatore che proviene dal partito di Orbán, Fidesz, e che oggi guida l’opposizione col vento in poppa, secondo i sondaggi.

Ma la posta in gioco per gli 8 milioni di elettori non è politica, trattandosi della competizione tra due leader nazionalisti. Né riguarda solo i problemi interni dell’orgogliosa Ungheria.

Tanto Orbán ha testimoniato d’essere il meno europeo nell’Unione europea, addirittura prestandosi a porre il veto di continuo sulla strategia continentale a sostegno dell’Ucraina aggredita in nome dell’imbarazzante amicizia da lui stesso ostentata con l’aggressore Vladimir Putin, quanto il rivale Magyar s’annuncia, invece, europeista.

Dunque, il risvolto ungherese sullo scacchiere europeo può rappresentare una doppia svolta, se l’oggi oppositore di Orbán sarà premiato dai suoi cittadini. Perché verrebbe meno l’unica spina nel fianco dell’Ue nelle sue mosse contro la guerra di Putin. E perché tale novità avrebbe un inevitabile riverbero su Trump, il presidente americano che, esattamente come il da lui appoggiato Orbán, a Putin ha steso il tappeto rosso in Alaska l’anno scorso.

Tutto si tiene nella geopolitica sempre più globale e interdipendente.

Da Islamabad a Budapest c’è il filo ben visibile dell’interesse europeo a scegliere la pace e la libertà a Hormuz, anziché la guerra, e la pace giusta per l’Ucraina, anziché, di nuovo, la guerra.

Sui valori e sui diritti la stessa visione del mondo dal Medio Oriente all’Europa orientale.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova