Le grandi utopie si costruiscono sempre quanto tutto sembra perduto. Perciò è giusto, e non solo doveroso, sognare la pace proprio nel momento in cui essa appare tanto indefinibile e così lontana.
Sono invece la guerra e la violenza, cioè l’egemonia del male, a padroneggiare ovunque. Inaspettatamente. Non è questo ciò che intere generazioni dell’Europa, riconciliatasi con la sua stessa e lunga storia fratricida, avevano immaginato dopo 80 anni di pace vissuta.
Ma per aggiungere il “sesto cerchio” ai cinque delle Olimpiadi in arrivo, secondo il lucido auspicio descritto ieri dal direttore Massimo Mammoli rilanciando parole del vescovo Domenico Pompili (“il cerchio della fraternità che illumina la pace”), è fondamentale prendere atto non del mondo che ci piacerebbe, bensì di quello che c’è. Con le immagini, testimonianze e cronache drammatiche da ogni angolo della Terra.
Perfino dall’insospettabile Groenlandia, dove faticano a vivere pure gli orsi, tanto ostile è il clima. E che, da luogo quasi inospitale per gli umani e tranquillissimo grazie alla geografia, è diventato terra di scontro fra Donald Trump, dichiaratosi pronto a impossessarsene per questione di sicurezza nazionale “con le buone o con le cattive” e gli europei.
I quali non possono non difendere il principio della sovranità danese, pena la scomparsa dell’Unione europea: a che serve, l’“Unione”, altrimenti? Senza, tuttavia, nascondere sotto il ghiaccio le mire della Cina e della Russia, unico argomento su cui Trump non parla a vanvera.
La posizione strategica di quella superficie nell’Artico e le enormi risorse naturali fanno gola a tutti.
Dunque, come si fa, allora, nella realtà di una Groenlandia contesa dall’alleato principale dell’Occidente -pazzesco paradosso- e di guerre dall’Ucraina al Medio Oriente, agli oltre 50 conflitti nel mondo?
Come si fa davanti alla repressione sanguinaria degli ayatollah in Iran, che meriterebbe un processo al regime di Ali Khamenei stile Norimberga, ma fatto a Teheran e dal suo stesso popolo?
Come si fa di fronte a tale e tanto orrore a invocare la pace e a candidare la piccola Verona nell’universo a costruirla sull’onda dello sport più antico, sfidante e fraterno che c’è, i Giochi a cui mancano meno di tre settimane?
Per far scattare la scintilla, per coltivare il bell’ideale dal tragico reale, per credere, nonostante tutto, che un altro modo di vivere sia possibile, la strada è obbligata: continuare a pensare e agire come il mondo libero ci ha insegnato. Facendo sempre prevalere il diritto, il rispetto della persona, la convinzione che sia ancora e sempre la parola l’arma più forte.
Dialogare e confrontarsi, senza rinunciare ai nostri principi e valori né alla nostra comune difesa. Per fermare Vladimir Putin o Ali Khamenei, per dissuadere Trump la prima e forse unica regola davvero vincente è non fare mai come loro.
Noi europei e noi italiani abbiamo tutti gli antidoti per non cedere nell’ora più buia. La pace verrà da sé, non rinunciando a essere quello che siamo, in un mondo che non è come vorremmo che fosse.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova