Gran Bretagna, l’insostenibile leggerezza di Starmer e l’instabilità dei governi europei (tranne il nostro)

Si potrebbe dire che la Gran Bretagna stia festeggiando i dieci anni di addio all’Unione europea con le dimissioni di Keir Starmer da primo ministro: il sesto di fila che apre la porta numero 10 di Downing Street e se ne va, sconfitto e commosso. Avanti il prossimo e settimo.

Tuttavia, non è solo il pur evidente effetto della Brexit che li sta bruciando uno dopo l’altro, i primi ministri. Anche se il Paese è diventato regno di instabilità soprattutto da quando ha deciso che la Manica doveva non più unire, bensì separare i sudditi di Sua Maestà dagli altri europei.

Se però si guarda alla Francia dirimpettaia, Patria del semipresidenzialismo esaltato come modello di solidità istituzionale, Parigi ha cambiato sei capi di governo negli ultimi sei anni.

Forse bisognerà, allora, riferirsi alla Germania e alla sua ferrea tradizione di governi che durano nel tempo? Solo in parte. Adesso tre cancellieri (Merkel, Scholz e Merz) si sono già avvicendati negli ultimi cinque anni.

Traballa persino il non più consolatorio esempio della Spagna.

Dove Pedro Sánchez, capo del governo colpito da scandali che riguardano suoi familiari, esponenti del suo Partito socialista e perfino il “maestro” di riferimento ed ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, rischia di andare a casa anzitempo. Questo reclamano gli oppositori di centrodestra, cavalcando l’indignazione di una parte considerevole del Paese sull’onda delle pesanti inchieste giudiziarie in corso.

Dunque, il paradosso s’è avverato: il Paese che era conosciuto e riconosciuto per essere il più ballerino del continente coi suoi governi, che cambiavano con la stessa disinvoltura con cui si cambiano le camicie, cioè l’Italia, oggi è l’unico stabile fra i grandi Paesi europei.

Non è un caso, se la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha cominciato il suo conto alla rovescia per poter dire, il prossimo 3 settembre, d’aver guidato l’esecutivo più longevo della Repubblica. Superando i 1.412 giorni continuativi del secondo governo-Berlusconi (2001/2005) che parevano un traguardo remoto, sulla base della storica debolezza degli esecutivi in Italia. La cui media di durata nella prima Repubblica (1946/1994) era poco più di un anno. Non arrivando neppure ai due anni, in media, dal 1994 ai giorni nostri.

Dunque, il giudizio soggettivo sul governo-Meloni, positivo o negativo che sia, non c’entra nulla con l’importanza oggettiva, oggi, domani e sempre, d’avere un esecutivo durevole in un’Europa mai così precaria nei suoi governi. Con una guerra alle porte di casa e una crisi energetica irrisolta.

Si può, perciò, ora rovesciare l’istruttivo aneddoto spesso raccontato da Romano Prodi. Alla fine del primo incontro dell’allora nostro presidente del Consiglio con Helmut Kohl, il cancelliere tedesco gli chiese con ironia, considerata la cronica instabilità italiana: “La prossima volta chi viene?”.

L’insostenibile leggerezza di Starmer (e di Merz, di Sánchez, perfino di Macron) segnala che l’un tempo grande problema italiano è nel frattempo diventato un grave problema europeo.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova