Da Madrid a Parigi, l’ora della protesta

Le ragioni delle proteste sono molto diverse tra loro, ma entrambe le mobilitazioni, in Francia e in Spagna, portano allo stesso sbocco: elezioni. E poco importa se anticipate -come probabile-, o no.
Perché l’anno prossimo quasi un quarto degli europei andrà comunque alle urne tra Spagna, Francia, Italia e Polonia. Pure Germania per eleggere il capo dello Stato. E sempre che anche a Berlino l’indebolito cancelliere Friedrich Merz, elettoralmente colpito alla sua destra estrema dall’Afd, non decida di gettare la spugna spianando, così, il cammino verso il voto politico.

A Madrid e dintorni è il “popolo delle chiavi”, com’è stato ribattezzato, ad aver invaso le piazze per contestare la bocciatura di due decreti-legge in Parlamento proposti dal presidente del governo, il socialista Pedro Sánchez. Decreti considerati controversi dall’opposizione di centro-destra -da qui la bocciatura-, perché, per far fronte alla drammatica realtà dell’emergenza abitativa e del caro-affitti in Spagna finivano, nella sostanza, per punire i proprietari di case. Col blocco degli sfratti fino al 2030 per nuclei vulnerabili. La proroga automatica e obbligatoria dei contratti in scadenza entro il 2028. L’imposizione di un indennizzo di almeno un anno in caso di mancato rinnovo.

A Parigi stessa musica di protesta, ma per un concerto differente: il diritto allo studio. A manifestare sono stati soprattutto studenti per denunciare carenze scolastiche e universitarie. “Ci sono più topi che insegnanti”, hanno gridato dal liceo parigino che ha innescato la rivolta. Ma come spesso succede in Francia la contestazione s’è subito politicizzata con l’aperto sostegno di Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale e candidato all’Eliseo, attaccato dal governo e dai partiti di destra.

Perché la protesta è nel frattempo degenerata in scontri con la polizia, violenze, duemila fermi in tutto il Paese. Caos e annuncio del governo: “I danni alle scuole li paghino i genitori”.

Tuttavia, ciò che risalta sia in Spagna, sia in Francia, è la mancanza di una sinistra forte e riformista capace di dare un risvolto istituzionale, anziché populistico, alle legittime richieste dei cittadini sugli affitti e sullo studio. Felipe González o François Mitterrand, socialisti che legarono il loro ruolo istituzionale alla crescita dei rispettivi Paesi, avevano una credibilità e una capacità di ascolto del tutto sconosciuti ai loro eredi.

Ma populismo chiama populismo. Se il “rivoluzionario” Mélenchon con il suo estremismo rischia di favorire l’estremo opposto di Marine Le Pen in Francia, il massimalismo di Sánchez, anche sull’immigrazione irregolare (si ricordi l’assalto a Ceuta di fine luglio sottostimato dal governo), può premiare la destra radicale di Vox sempre più alleata del Partito popolare in Spagna. Senza poi dimenticare che l’anno europeo elettorale del 2027 sarà bersaglio delle ingerenze e della disinformazione di Mosca, come analisti ed esperti da tempo mettono in guardia.

L’incognita delle ombre russe sull’Europa che verrà.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova