Non è un ritorno all’antico, al sistema proporzionale puro che caratterizzò i primi cinquant’anni della Repubblica, ma è un addio al modello dai prevalenti collegi uninominali introdotto nel 1993 e ai successivi misti in parte maggioritari, in parte proporzionali.
Dunque, comunque la si giudichi (molto bene dal governo e dal centro-destra proponenti, molto male dalle opposizioni di centrosinistra che hanno votato contro), la legge elettorale approvata definitivamente dalla Camera è una novità.
Intanto per il premio di maggioranza stabilito al 42% dei consensi più uno da raggiungere nei due rami del Parlamento dalla coalizione vincente (nel cosiddetto Porcellum, una precedente legge elettorale in cui il premio già esisteva, non s’indicava una soglia minima e per questo quel premio fu bocciato dalla Corte Costituzionale). Ora chi ottiene il premio fissato potrà disporre di circa il 55% dei parlamentari, quindi avrà la certezza di poter governare.
Per la prima volta, inoltre, le liste e le coalizioni avranno l’obbligo di indicare il loro candidato alla presidenza del Consiglio (nel vecchio Porcellum “capo della forza politica”, perciò non era la stessa cosa).
L’attuale riforma prevede una proposta di nomina al capo dello Stato, che conserva intatta la sua prerogativa. Ma la legge spinge le coalizioni a scegliere una persona da sottoporre al giudizio degli italiani. Giorgia Meloni per il centrodestra, ancora da decidere chi sarà nel centrosinistra seminatore del campo largo.
L’ultimo litigio tra i fronti è avvenuto sulle introdotte preferenze, che mancavano dalle elezioni del 1992. Zitti zitti i partiti le avevano abolite per blindare i loro candidati, che gli elettori potevano solo confermare in ordine di apparizione, come nei film.
Ora l’assurdo privilegio è rimasto per i capilista: dal secondo candidato in giù gli italiani potranno tornare a scegliere. Non è il massimo, ma non è nemmeno il nulla di prima.
Al resto potrebbe pensarci la Corte Costituzionale, richiamata per via incidentale da ricorsi già preparati per i tribunali. Le sue eventuali correzioni, piccole o grandi, potrebbero avvenire entro febbraio 2027, prima delle elezioni prevedibili in primavera o alla scadenza d’autunno.
In ballo è il principio di rappresentanza, che il centrosinistra considera sacrificato a beneficio della governabilità. Troppe firme da raccogliere per chi non è presente in Parlamento e nessun equilibrio di genere previsto.
E poi il premio di maggioranza scatterà in chiave nazionale pure per il Senato, che però è eletto -dice la Costituzione- “a base regionale”.
Ma tra polemiche politiche e giuridiche i giochi sono fatti. Il governo ha ottenuto la riforma che voleva, di sicuro più favorevole al centrodestra rispetto all’ormai precedente legge elettorale. Il campo largo dovrà prepararsi per competere. Se poi nessuno avrà raggiunto il 42% più uno, s’applicherà il sistema proporzionale. Col rischio di quel pareggio tra schieramenti che, con questa legge, Giorgia Meloni voleva fortissimamente evitare.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova