Che cosa insegna l’assedio di Ceuta

Di infernale non c’è solo il caldo. Tra Oriente e Occidente l’Europa, e perciò l’Italia, si trova fra due fuochi che, col passare delle ore, appaiono sempre più ingovernabili. Due crisi dall’impatto pesante. E senza considerare l’incessante crudeltà della guerra di Vladimir Putin in Ucraina.

Dal Medio Oriente arriva l’eco delle polemiche a chi la spara più grossa fra Donald Trump e gli ayatollah in Iran sul controllo dello Stretto di Hormuz. Col presidente statunitense che lo ribattezza “Nuovo territorio Usa” sulle mappe, quasi giocasse a battaglia navale sulla carta.

In realtà missili veri hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti -alleati dell’America- dove è stata attivata la difese aerea. Si sono sentite esplosioni a Dubai, mentre imperversano le minacce di una guerra, solo sospesa, fra l’America e l’Iran.

L’esito di questa pericolosa confusione è che Hormuz continua a essere bloccato. Del resto, chi si fida per il trasporto di petrolio -un quinto di quello mondiale transita da lì- e del 30% del gas?

A questa paralisi s’aggiunge l’avvenuta scadenza dei 60 giorni stabiliti dall’inconcludente trattativa Usa-Iran. Che finora ha solo portato Trump a colorare le cartine e il regime di Teheran a serrare le fila, anche militari, a fronte del rischio di un nuovo intervento armato dell’America.

Il prezzo dello scontro e del blocco di Hormuz da quasi sei mesi si riverbera sul caro-benzina in Italia e sul rischio di stangata nelle bollette autunnali. Tant’è che il governo ha chiesto e ottenuto da Bruxelles flessibilità sull’energia, cioè la possibilità di spendere 13,5 miliardi circa per intervenire sul settore insidiato.

L’altra crisi arriva dalla Spagna, dove l’ondata migratoria di 80 mila persone -cifra aggiornata- che a fine luglio aveva preso d’assalto in 24 ore Ceuta, exclave spagnolo in Africa, preoccupa i governi dell’Ue e pure della Svizzera. Che ora vuole anche lei rimandare migranti in Italia (con la Germania un analogo braccio di ferro si starebbe risolvendo).

D’altra parte, col passare dei giorni si scopre che anche a Ceuta, nonostante le rassicurazioni del governo socialista a Madrid, la crisi umanitaria e migratoria permane. Secondo le autorità del posto circa 12 mila persone irregolari (di cui 3 mila bambini) sarebbero rimaste nell’exclave spesso in condizioni disastrose di sofferenza.

In rapporto e proporzione all’esasperata popolazione locale, che denuncia d’essere stata abbandonata da Madrid, sarebbe come se 8 milioni di migranti irregolari fossero rimasti in Italia dopo un colossale tentativo di ingresso illegale.

Con ogni evidenza, se la drammatica emergenza a Ceuta è rientrata, il problema non è stato risolto e non riguarda solo la Spagna.

Ecco perché l’Unione europea sta cambiando il suo troppo a lungo approccio indifferente sull’immigrazione, come se fosse stato un affare privato dei soli e lasciati soli Paesi del Mediterraneo.

Ceuta testimonia d’improvviso che la periferica, in apparenza, questione spagnola in realtà è una gigantesca e centrale questione europea, e sempre più lo diventerà.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova