Sono passati appena undici anni, ma oggi suona inattuale il celebre “ce la faremo” pronunciato il 31 agosto 2015 dall’allora cancelliera, Angela Merkel, per accompagnare l’apertura a un milione di profughi. In gran parte siriani, che fuggivano dalla guerra.
La Germania diventava il primo grande Paese che spalancava con umanità e pragmatismo le sue frontiere, impiegando stabilmente nel mercato del lavoro e integrando nella società più del 60% degli arrivi.
Ma quell’accoglienza riuscita bene, non però del tutto, nel breve tempo si sarebbe paradossalmente trasformata nell’origine del successo opposto della “remigrazione”. Parola d’ordine anch’essa ormai d’uso per identificare la politica dell’Afd (“Alternativa per la Germania”), formazione che all’insegna della lotta all’immigrazione e della dura contestazione alle porte aperte di Frau Merkel oggi può aspirare, secondo i sondaggi, a diventare primo partito. Comunque competitore della Cdu del cancelliere in caduta libera, il conservatore Friedrich Merz.
Il ribaltone tedesco dal “ce la faremo” al “remigrazione” è il caso più clamoroso. Anche per il radicalismo con cui l’Afd persegue il suo obiettivo e raccoglie consensi alla destra e all’estremo della Cdu, i popolari di centrodestra. Ma non è l’unico.
Il recente assalto di 80 mila migranti a Ceuta, exclave spagnola in Africa, ha aumentato, dicono gli esperti, i consensi per l’opposizione di centrodestra del Ppe e di Vox. Che già risulta favorita rispetto al fragile governo socialista di Pedro Sánchez colpito dagli scandali.
L’opposizione imputa a Sánchez l’invasione di Ceuta e la sanatoria di 500 mila irregolari (e altri 800mila si sono dichiarati tali).
Anche Marine Le Pen, data oggi per vincitrice delle prossime elezioni presidenziali in Francia, ha fatto del contrasto all’immigrazione e della sicurezza la priorità della sua politica.
Tuttavia, se si facesse il giro d’Europa, si scoprirebbe che questo tema, pur facendo le fortune elettorali soprattutto a destra (in Italia l’appena arrivato generale Roberto Vannacci, a destra della destra, già viaggerebbe con consensi fra il 6 e il 7%), sta mobilitando anche la sinistra di governo.
Andy Burnham, il nuovo primo ministro laburista in Gran Bretagna, ha detto che sarà “implacabile” contro gli sbarchi illegali lungo la Manica.
La prima ministra danese e leader socialdemocratica, Mette Frederiksen, ha firmato il documento con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per esigere una strategia unitaria e rigorosa dell’Europa.
Ancora non c’è né s’intravede una soluzione per governare l’immigrazione con fermezza e compassione. E lo spettro di Ceuta s’aggira per l’Europa.
Ora l’Ue spera di farcela con le nuove norme da poco in vigore, e che attenuano, senza cambiare, il Regolamento di Dublino, ampliando però le responsabilità e la condivisione degli Stati, come chiedeva l’Italia.
Intanto, i Paesi si disputano fra loro l’invio dei migranti che hanno ciascuno in casa propria.
Non è un bel modo per cominciare la svolta europea annunciata col dopo-Dublino.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova