Quando la cronaca rivela l’elogio dell’illegalità

Il più insolente elogio dell’illegalità comincia a mezzogiorno di un lunedì d’agosto in via Saponaro, periferia di Milano. Cecilia De Astis, pensionata di 71 anni, molti dei quali passati nel duro e onesto lavoro di un cotonificio, viene travolta e uccisa da un’auto pirata. I quattro occupanti la vettura non solo non prestano né chiamano i soccorsi, ma scappano a piedi. Grazie a testimoni e telecamere la polizia li rintraccia e li ferma. Tutti minorenni, il più grande che era alla guida ha appena 13 anni.

Si scopre, così, che la macchina con cui è stato provocato l’incidente mortale era rubata. Che i ragazzini vivono in un campo rom. Che non frequenterebbero la scuola dell’obbligo e, dulcis in fundo, che non sono neppure punibili in quanto minorenni. Anzi, neanche imputabili. Come se non fosse successo niente, essi sono restituiti ai loro genitori. I quali, in attesa dell’inchiesta chiamata ad accertarlo, non sembrano essersi troppo curati nell’educare i loro bambini al più elementare rispetto delle regole, tante e tali sono state le gravissime violazioni compiute in un colpo solo.

Che giustizia si prospetta, allora, per i familiari della donna falciata dall’illegalità a tutta velocità? I giuristi già spiegano che sarà complicato (eufemismo) attribuire ai genitori le responsabilità risparmiate ai loro pargoli. Surreale poi si profila il risarcimento per i familiari della vittima, posto che probabilmente (altro eufemismo) i viventi nell’accampamento risulteranno nullatenenti. L’equo indennizzo può essere pagato solo dallo Stato, cioè dai contribuenti. Alla fine rischiamo d’essere noi cittadini gli unici “puniti” della storia.

Mentre gli italiani si interrogano su quale sia il diritto che lo Stato di diritto assicura alla parte più debole -quella dell’ex lavoratrice-, infuria la polemica. Si va dai “campi abusivi da radere al suolo” (Matteo Salvini, leader della Lega) al “vergognoso speculare” del sindaco di Milano ed esponente di centrosinistra, Giuseppe Sala.

Sorvoliamo. E sorvoliamo sul danno che questa vicenda -non una marachella: un delitto- potrebbe ingenerare nei meritevoli sacerdoti, laici e assistenti sociali che in silenzio si fanno in quattro per integrare nella società i “ragazzi dei campi”, cioè nomadi anche nei valori. Cresciuti in luoghi indegni per gli esseri umani e per la Costituzione della Repubblica.

Ma su una cosa sorvolare non si può più: il dovere istituzionale di tutelare la legalità senza se e senza ma. Non bastano queste leggi? Se ne facciano nuove. Non è sufficiente “convincere” le famiglie a mandare a scuola i figli? Lo si faccia coi carabinieri. Ma a scuola essi devono andare a qualunque costo. E’ la strada salvifica per non rubare anche l’infanzia a bambini a cui familiari irresponsabili e impuniti insegnano a violare tutto.

Ma nessun bimbo ruba un’auto, la guida senza poterlo fare, uccide e poi scappa se fin da piccolo ha invece imparato -perché qualcuno glielo ha insegnato-, che la vita propria e altrui vale più di tutte le illegalità che si possano commettere da impunibili.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova