Per spiegare il pasticcio sulla sicurezza, basta fare la cronaca di quello che è successo alla Camera.
Dove al decreto-legge del governo è stato associato un contro-decreto del medesimo esecutivo che ne corregge la controversa questione dei rimpatri volontari assistiti a pagamento. Ed entrambi i testi, quello ieri convertito definitivamente in legge dal Parlamento -previo voto di fiducia di due giorni prima a Montecitorio- e quello correttivo e già efficace, ma che dovrà essere a sua volta convertito da Camera e Senato entro 60 giorni, sono destinati alla contestuale pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Così da annullare “in simultanea” ciò che in realtà non doveva essere neppure scritto e prescritto in quel modo, come ha subito fatto notare il Quirinale.
Inducendo, di fatto, il governo a “uccidere la norma nella culla”, come ha detto il costituzionalista Stefano Ceccanti, già parlamentare Pd, sull’articolo del testo riguardante i rimpatri e ora modificato “in contemporanea” in una vicenda tanto priva di precedenti procedurali e parlamentari da rappresentare un caso allettante per i giuristi.
Si potrebbe far notare che la prima e ben più grave anomalia sia il ricorso continuo alla decretazione d’urgenza per portare a casa le leggi, cioè per sorpassare il lungo e tortuoso iter bicamerale, mettendo alle strette le prerogative del Parlamento legislatore.
Ma siccome è una prassi che si deplora inutilmente da decenni, perché è comune a tutti i governi, l’eccezione è diventata regola e non fa più notizia.
Notizia è invece la dura polemica delle opposizioni contro il testo di 33 articoli che prevede misure sulla criminalità, specie giovanile (divieto di portare coltelli di almeno 8 cm), tutele per gli agenti e sanzioni più severe contro i violenti nei cortei. “E’ un provvedimento propagandistico, illiberale, repressivo”, contestano le opposizioni. Sostenendo che è lesivo dei diritti dei cittadini e fumo negli occhi contro la delinquenza.
“Con il decreto-sicurezza affermiamo che la legalità non è negoziabile”, ribatte la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini e difendere chi indossa una divisa”.
Il contrapposto punto di vista sulla sicurezza, materia che dovrebbe unire le parti all’insegna di una legalità che non può avere colori di partito essendo di interesse generale, rivela l’anomalia politica nell’anomalia procedurale: maggioranza e opposizioni faticano a trovare un terreno condiviso persino su come proteggere la società e contrastare le violenze.
Non è solo l’ennesimo indizio di una campagna elettorale incominciata con troppo anticipo, mancando ancora un anno e mezzo di legislatura.
E’ soprattutto la conferma di quell’incomunicabilità politica fra centrodestra e centrosinistra che lo scontro referendario sulla giustizia ha acuito. Come testimonia la surreale battaglia canora in aula fra Bella Ciao -cantata dall’opposizione- e l’Inno nazionale intonato dalla maggioranza (Lega esclusa, ma con la partecipazione musicale dell’opposizione).
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova