La guerriglia urbana e le famiglie che non sapevano nulla

C’è una coda che suscita tristezza e non solo meraviglia. E’ la coda dei genitori fuori dalla questura di Milano, dove la guerriglia urbana ha dato il peggio di sé, in attesa dei loro figli, quasi tutti minori. Sono gli adolescenti fermati, spesso da molte ore, per rispondere del comportamento violento esibito tra sabato e domenica.

Non c’è differenza tra figli di stranieri, nati o cresciuti in Italia, e italiani: sono tutti vandali uguali nell’incapacità di spiegare le irragionevoli ragioni sul perché assaltare un negozio, bruciare un cassonetto, prendere a sassate la polizia semplicemente in nome della loro lampante frustrazione di vita. O del carovita, per chi vuol darsi un tono “politico” rispetto all’ignobile condotta di cui si è in gran parte accusati. Si spera anche puniti con severità: la violenza è intollerabile chiunque la commetta.

Naturalmente, si può discutere fino a che punto un minore sia colpevole o a sua volta paradossalmente vittima della violenza di cui ha dato prova. Un tredicenne o una quattordicenne in piena e, con ogni evidenza, fragile formazione, non possono essere considerati come un “black blok”, che ha fatto dello scontro con la polizia il suo turpe mestiere.

Ma per genitori adulti e vaccinati il tema è diverso. A mamma e papà che piangono, si vergognano e soprattutto si sorprendono mentre aspettano la sorte dei “cattivi ragazzi”, qualche domanda va posta.

Dov’erano, mentre i loro figli s’abbeveravano di odio e brutalità in internet o frequentando compagnie infrequentabili? Che si deve pensare di genitori i quali ignoravano totalmente -l’hanno detto loro-, le scelte dei pargoli?

Intendiamoci, nessun moralismo. Sappiamo bene che, superata l’età dell’infanzia, i nostri figli cominciano a diventare figli della vita e di ciò che essi vorranno e sapranno costruire in libertà. Se i figli non portano le colpe dei padri, vale anche il contrario. Almeno in parte.

Ma c’è una via di mezzo tra il neppure immaginare quel che tuo figlio ha appena combinato e il necessario fare da sé di ragazzi che un giorno non lontano uomini e donne diventeranno.

Ancor più malinconico è ascoltare madri e padri che sottolineano di rompersi la schiena col lavoro per mantenere le famiglie, e poi scoprono l’incubo in casa. Immalinconisce quel veritiero “non ne sapevo nulla” dei genitori. Perché, prima di salpare, anche i figli della vita ricevono un’educazione in famiglia e pure a scuola.

Ma se la famiglia di fatto rinuncia alla sua responsabilità primaria.

Se mamma e papà, senza voler generalizzare né dare lezioni a nessuno, non provano ad accompagnare i loro figli tra il bene e il male. Se padri e madri non esercitano o poco esercitano il loro compito sempre più complicato nella società digitale, tuttavia insostituibile, purtroppo brutte sorprese possono arrivare.

Forse le istituzioni preposte, dalle forze dell’ordine ai professori nelle scuole, dovrebbero chiedere a mamma e papà di non trascurare mai, né sottovalutare, tantomeno ignorare come crescono i loro figli della vita.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova