Sarà per l’importo non stratosferico calcolato alla partenza, che si aggira intorno ai 16 miliardi di euro. Sarà per i giudizi incoraggianti che arrivano dall’estero -Agenzie internazionali di valutazione- o la fiducia che rivelano indici come il differenziale tra Btp e Bund mai così basso da molti anni e il per noi felice “sorpasso” del rendimento dei titoli di Stato francesi di lunga durata sui nostri, a testimonianza della crisi politico-economico dei cugini d’Oltralpe. I quali adesso ci guardano con invidia, come certificano i loro giornali.
Certo è che il governo si appresta ad avviare, con un Consiglio dei ministri previsto per il 13 ottobre, una manovra che considera “leggera”.
E’ il combinato disposto fra due circostanze politiche e realistiche.
La prima è la riconosciuta attenzione con cui il ministro preposto, Giancarlo Giorgetti, è finora riuscito a tenere i conti dello Stato in ordine. Se vorrà ripetersi come da obbligo istituzionale e nell’interesse nazionale, il ministro dovrà ora resistere al tradizionale assalto alla locomotiva che sempre si prospetta ad opera dei partiti (di maggioranza e di opposizione, ognuno pronto ad aggiungere il suo vagone di richieste) al momento dell’esame della legge di bilancio in Parlamento.
Il secondo e oggettivo aiuto per la finanziaria “leggera” discende dai tre anni che fra una decina di giorni il governo di Giorgia Meloni si appresta a toccare, candidandosi a diventare il terzo esecutivo più longevo nella storia della Repubblica (dopo i due guidati da Silvio Berlusconi).
E’ la stabilità, dunque, il vero valore aggiunto che ha determinato la buona reputazione economico-internazionale sull’Italia e i dati positivi casalinghi che il centrodestra rivendica nell’ambito del lavoro e dell’occupazione.
In questo contesto si prospettano misure -come il taglio di un paio di punti dell’Irpef- rivolte al ceto medio, la spina dorsale dell’economia.
La stessa Meloni ha annunciato che il governo è concentrato sui redditi almeno fino 50mila euro all’anno (che Forza Italia vorrebbe alzare a 60mila, e che la Lega spera di rinsaldare, chiedendo di aumentare il contributo che si vorrebbe concordare con le banche, dai 2 ai 3 miliardi).
Dunque, riduzione mirata dell’Irpef, sostegno alle famiglie e alle imprese, incentivi alla natalità sono al centro degli incontri tra le forze di maggioranza e presto con le forze sociali. Tassa per i super-ricchi, chiede invece la Cgil. Sanità, istruzione, ricerca sono i temi cari alle opposizioni, che contestano il governo per interventi considerati del tutto insufficienti.
Il centrosinistra vuole una “terapia d’urto” (Giuseppe Conte) e critica la mancanza di una politica industriale (Pd). Così come l’aumento delle spese militari, che però deriva da un accordo tra Paesi Nato sollecitato anche dall’Unione europea per una necessaria difesa comune.
La quarta manovra del governo-Meloni parte fra preannunci e polemiche, come al solito.
Vedremo, non a parole ma conti alla mano, se alla fine sarà la volta buona, e quanto, per il sempre tartassato ceto medio.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova