Che c’entra il diritto allo studio con le sassate alla polizia?

Che c’entra il diritto allo studio con i cassonetti bruciati? Qual è l’attinenza fra denunciare il degrado e le carenze tecnologiche nelle scuole e le bombe carta lanciate da incappucciati contro il ministero della Pubblica istruzione? Come si concilia il dissenso studentesco, qualunque e contro chiunque esso si manifesti, con il lancio di pietre e di bastoni alla polizia? Con agenti feriti?

A giudicare dai fatti, la protesta studentesca che da Roma a Milano s’è estesa oltre le metropoli -anche il Veneto e Verona ne sono stati teatro-, rischia di riproporre il peggio, anziché il meglio, delle contestazioni in Spagna per la crisi abitativa e soprattutto in Francia contro la crisi scolastica. Rischia di far diventare protagonista la solita minoranza di facinorosi che rovina le tranquille e colorite iniziative dei più.

Dal primo liceo di Parigi ai tanti istituti nel resto del Paese migliaia di ragazze e ragazzi si sono mobilitati per sollecitare la cura degli edifici e dei programmi alle loro istituzioni. Per dire che in alcuni istituti ci sono più topi che non insegnanti e che nel complesso troppe cattedre sono rimaste vuote. Una protesta costruttiva, se non fosse deragliata in duri scontri con gli agenti e distruzione di cose pubbliche e private.

Sull’onda francese, dai cortei italiani è passata in second’ordine l’invocazione di attrezzature, docenti e risorse (a parte lo scontato “soldi per la scuola, non per le armi”) per poter studiare meglio e di più.

E’ invece prevalsa la polemica politica e ideologica contro il governo e il decreto-legge sulla scuola. Che vieta il burka e il niqab nelle aule e riafferma, come i precedenti ministri dell’Istruzione hanno fatto, una quota massima (30%) di studenti che non parlano adeguatamente la lingua italiana per classe. Con deroghe e possibilità per presidi e professori di trovare un equilibrio senza compromettere il diritto allo studio di nessuno.

Appare, dunque, singolare pur del tutto legittimo che gli studenti contestino quel che forse giudicano con pregiudizio. Difficile immaginare che nelle scuole si voglia o si possa discriminare chi non parla la nostra lingua. L’intento evidente è il contrario: farlo a tutti imparare, l’italiano.

Ma il punto non è il merito: gli studenti contestino quello che vogliono.

Il punto è che la libertà di manifestare, marciare, urlare contro l’autorità (i governi sono da sempre il bersaglio prediletto e neppure questo sorprende: tutti siamo stati studenti e spesso contestatori), insomma il dovere di tutelare la libertà d’opinione, non contempla alcun diritto alla violenza.

La violenza trasforma in torto le ragioni di chiunque, non solo degli studenti.

La violenza è l’unico modo per non far valere il proprio punto di vista, singolo o collettivo che sia.

La difesa dalla violenza non può essere lasciata al pronto intervento di quei genitori e insegnanti che si sono frapposti tra polizia e manifestanti per evitare scontri e allentare le tensioni, come avvenuto a Torino.

La violenza è inaccettabile sempre, comunque e dovunque.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova