L’allarme non è più rosso: è nero, come il bollino che in autostrada segnala il pericolo massimo, cioè i giorni da traffico esagerato nell’esodo e controesodo.
Qui, invece, di esagerato non c’è il troppo, ma il troppo poco. L’allerta dell’Istat indica, infatti, che già domani, cioè nel 2030, dei neanche 59 milioni di italiani conteggiati l’anno scorso (numero a sua volta in forte calo rispetto ai quasi 61 milioni di appena dodici anni fa), passeremo a 55 milioni. E dopodomani, ossia nel 2080, la popolazione residente si ridurrà a soli 45,8 milioni.
Dunque, in un quarto di secolo avremo perso altri 4 milioni di cittadini e in mezzo secolo addirittura 13 milioni. Un disastro che più disastro non si può. Secondo i calcoli frutto non di sondaggi evanescenti, bensì di studi comparati, neppure gli immigranti riusciranno a colmare il vuoto delle culle vuote. Non basta. Nel giro di vent’anni le coppie senza figli supereranno per numero quelle con prole. Altra infausta notizia, perché significa che traballa persino l’attuale e rovinosa percentuale media dell’1,14 figli per coppia. Una media del tutto insufficiente per assicurare il ricambio generazionale, che si può avere solo con 2 figli per coppia.
Se a tutto ciò s’aggiunge la circostanza che l’Italia sia per popolazione uno dei Paesi più longevi al mondo con una speranza di vita media di 83,4 anni, si avrà il quadro completo della catastrofe annunciata. Perché nonostante la popolazione invecchi e perciò viva di più rispetto al passato, il totale dei presenti cala comunque, mancando il ricambio: non si fanno più figli. Siamo sempre meno un Paese di giovani, che in una società rappresentano il termometro della speranza.
La questione demografica, pur denunciata da tempo, diventa così anche una questione democratica. Perché il calcolato crollo di quasi un quarto della popolazione nel giro di cinquant’anni apre una voragine sul futuro di tutto e di tutti. Dalla sostenibilità pubblica della sanità, della scuola e della previdenza -capisaldi dello Stato-, alla possibilità stessa di mantenere un ruolo politico, economico e strategico fra le principali nazioni del mondo. Un’Italia fuori dal G7, non più alla guida dell’Ue insieme con Germania e Francia né tra le cinque/sei potenze industriali del pianeta diventa più povera anche a casa sua.
A questa emergenza che non è più un’emergenza, ma la priorità delle priorità, la politica e i governi in successione hanno risposto con varie ma poco incisive misure. Che, infatti, non hanno invertito la grave tendenza. Mai il Parlamento ha dedicato una seduta congiunta a questa tremenda spada di Damocle sulle nuove generazioni e sull’Italia. Ancora non esiste un ministero preposto a questo grande tema per approfondirlo: che hanno fatto e fanno, per esempio, gli altri Paesi europei per evitare, anch’essi, il declino annunciato?
Vedremo se almeno nell’ormai prossima campagna elettorale i partiti si degneranno di dirci in che modo pensano di reagire alla tempesta già arrivata da tempo. Ora che di tempo non ce n’è più.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova