Come affrontare l’insidia della radicalizzazione

Prima di tirare un sospiro di sollievo, è d’obbligo ripercorrere i fatti.

La cronaca comincia domenica scorsa, quando all’aeroporto di Treviso viene fermato a sorpresa e rispedito a casa, a Tirana, da dove era atterrato, un albanese di 22 anni.

Il classico insospettabile. Era arrivato in Italia con gli ignari genitori per una vacanza. Ma la polizia, che ne seguiva le tracce sulle reti sociali, l’ha bloccato ed espulso per evitare il rischio di una temuta strage.

Secondo gli investigatori che lo monitoravano, quel ragazzo che non dava nell’occhio aveva in realtà individuato il centro commerciale Adigeo a Verona quale obiettivo di un suo atto terroristico.

Dunque, il tranquillo giovanotto del Paese accanto era invece un fervente simpatizzante dell’Isis, il sedicente Stato islamico. Pronto a dar prova del suo percorso di progressiva radicalizzazione in Rete. Con ricerche volte a costruire ordigni. Con materiali inviati a casa di parenti a Pordenone. Con raccolta di denaro via social.

Il quadro è così al completo per riflettere su un pericolo latente, ma sottovalutato. Non dalle autorità preposte che, al contrario e per fortuna, hanno disinnescato la miccia in tempo.

Il pericolo latente è l’estremismo strisciante e destabilizzante di quei giovani che nelle nostre società occidentali non intendono condividere i comuni valori di libertà e di rispetto. Imbevuti, come sono, di fanatismo e di odio verso il mondo in cui loro stessi sono spesso cresciuti.

E poi basta un passeggero anonimo, ma non sconosciuto alla polizia, per ricordarci d’improvviso quanto le reti sociali possano diventare anche il luogo virtuale dove giovani esagitati “affinano” la loro violenza.

Da ciò il dovere istituzionale del “prevenire per evitare” con tutti i mezzi anche tecnologici che lo Stato deve mettere a disposizione di chi indaga per garantire la sicurezza dei cittadini.

E’ un compito che non può essere seguito da singole polizie di singoli Paesi a fronte di un ambiente terroristico che si mobilita senza confini. Coordinamento europeo e continuo scambio di informazioni nell’Ue sono prioritari per disarmare la radicalizzazione di giovani esaltati o strumentalizzati prima che sia troppo tardi.

Ma questa necessaria e finora vincente, almeno in Italia, strategia della prevenzione, dev’essere accompagnata da una giurisprudenza aggiornata.

Se il ragazzo albanese rappresentava un gravissimo pericolo per la comunità, perché mandarlo via, anziché trattenerlo per approfondirne il caso e scovare eventuali complici?

Se il suo fanatismo poteva portare alla strage degli innocenti, perché averlo rimandato a casa, dove potrebbe far danni anche lì o perfino tornare in incognito in Italia?

Si apre, insomma, una gigantesca questione di diritto e di diritti, compresi quelli dei cittadini a essere e a sentirsi sicuri.

E tocca ai legislatori italiani e al diritto europeo trovare la quadra tra il rimpatrio e il carcere, fra norme e consuetudini oggi del tutto insufficienti per affrontare le gravi insidie. Vanificando, inoltre, l’impegno delle polizie.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova