Mario de la Peña, volontario americano-cubano di 24 anni, perché la Storia non può dimenticare

Quel giorno, come ogni altro giorno, Mario de la Peña era uscito alle 7 del mattino per raggiungere la pista che conosceva a memoria. Da lì partivano piccoli aerei civili dell’associazione “Hermanos al Rescate-Brothers to the Rescue” (Fratelli in aiuto), secondo la denominazione bilingue corrispondente all’identità cubano-americana degli esiliati a Miami.

Coi suoi 24 anni Mario, che era figlio di una delle tante famiglie scappate da adolescenti dal regime di Fidel Castro, aveva aderito, volontario, a quell’organizzazione umanitaria.

Che si era data il compito di pattugliare le acque dello stretto della Florida per avvistare i “balseros” -i fuggitivi da Cuba su “balsas”, barchette improvvisate-, e avvertire la Guardia costiera americana prima che quei disperati fossero inghiottiti dalle onde e dai pescecani o traditi dalle loro zattere.

“Non sono ancora decollato e non capisco che cosa succede”, disse Mario alla mamma dopo quattro ore di attesa in un’insolita telefonata.

“Stai tranquillo, la giornata è bella, vedrai che presto ti faranno partire”, lei, mamma Miriam, lo rassicurò. Senza sapere, né la madre né il figlio, che quelle sarebbero state le ultime parole fra loro.

Perché quando Mario prende finalmente in volo con altri due aerei che lo affiancano, quel cielo così limpido in realtà nasconde un’insidia in agguato che si esprime con un’altra e ben diversa comunicazione.

“Obiettivo in vista, ripeto aereo piccolo in vista, dammi istruzioni”, chiede il pilota di un Mig 29, non lontano, al suo controllo militare all’Avana.

“Fuoco”, gli rispondono. E cade l’aeroplanino che era rimasto in volo non lontano da quello di Mario (il terzo aveva già imboccato la via del ritorno). “Abbiamo un altro aereo, compagno. Si trova nell’area del fatto. Abbiamo l’autorizzazione?”, torna a domandare il pilota, entusiasta di quanto appena fatto e dei complimenti già ricevuti. “Corretto”, gli rispondono, così autorizzandolo ad abbattere la vita e i sogni di Mario. Quattro giovani senza armi sono stati così disintegrati a colpi di missili contro i due velivoli.

Quando negli Stati Uniti arriva la notizia del crimine contro l’umanità -così oggi si chiamerebbe- che è stato compiuto sabato 24 febbraio 1996, subito si individua nei fratelli Castro i responsabili delle fucilate in aria. L’ancora vivo Raúl era capo della Difesa (ecco perché la giustizia americana tuttora lo insegue), lo scomparso Fidel capo del capo e di tutto.

In un’intervista a Time Magazine pochi giorni dopo, Fidel Castro ha difeso l’atto barbaro dei suoi piloti, assumendosi la responsabilità per quanto accaduto (“I take responsability for what happened”).

Ma neanche il falso poteva giustificare il delitto. Il regime disse che gli aerei volavano nello spazio cubano. Che già in precedenza avevano “provocato”, lanciando volantini sull’isola. Che appartenevano a un’organizzazione terroristica naturalmente infiltrata dalla Cia, più le solite menzogne con cui le dittature mascherano i loro crimini.

Tuttavia, la documentazione tecnologica, le testimonianze e i processi hanno chiarito che quei ragazzi volavano su acque internazionali.

E comunque se un aeroplanino invade uno spazio altrui, il diritto internazionale impone di avvisarlo, di intercettarlo, di accompagnarlo fuori da quello spazio. Solo una cosa è vietata: abbatterlo.

Quanto ai volantini “incriminati”, e che comunque non sono bombe, riportavano articoli della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. E così concludevano: “Cubano, lotta per i tuoi diritti. Compagni no! Fratelli”.

Mario de la Peña portava cibo, riviste e soprattutto giocattoli ai piccoli delle famiglie da lui avvistate in mare e salvate, e rinchiuse dalle autorità nei centri in attesa di essere accolte sul suolo americano.

“L’unica cosa che mi consola -ci disse all’epoca mamma Miriam- è che Mario stava facendo del bene. Ma era solo un bambino. Era solo un bambino”.

Pubblicato su L’Arena di Verona