Soffiano distinti e distanti i venti di guerra, eppure l’amarezza è la stessa per chi -governi, istituzioni, cittadini-, si sta da tempo impegnando per farli cessare.
L’ultimo grido di dolore l’ha lanciato Papa Leone domenica scorsa, accomunando nella sua vicinanza “i ragazzi di Kiev e di Gaza” davanti al popolo di giovani credenti, oltre un milione di persone d’ogni dove confluite e straripate a Tor Vergata.
Ma neppure l’onda sincera e commovente che da Roma, dove tutte le strade del mondo ancora e sempre portano, s’è alzata a difesa dell’Ucraina e di Gaza, i luoghi della più evidente, quotidiana e crudele sofferenza del nostro tempo, sembra aver smosso quelli che la guerra hanno promosso. E che perciò con la stessa dedizione potrebbero fermarla.
Al contrario, nella Russia dell’aggressore Vladimir Putin di giorno si predica disponibilità (“Putin è pronto a incontrare Zelensky” e domani l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, sarà a Mosca “per far sì che si smetta di ammazzare), ma di notte si lasciano “parlare” i missili ipersonici in volo per colpire gli ucraini senza pietà. “I russi ci stanno semplicemente uccidendo tutti”, sottolinea il presidente Zelensky.
Passano, così, quasi in secondo piano sia le grottesche dichiarazioni di Alexey Paramonov, ambasciatore russo a Roma (“non ci possiamo fidare dei nostri interlocutori italiani, russofobia e ucrofilia sono i nuovi virus”), sia la cautela che il Cremlino ora dispensa sulle avventate parole dell’ex presidente Dmitry Medved sul nucleare: “La politica estera la fa Putin”.
Non che in Medio Oriente la tregua sia più facile. Nessun esito dagli annunci di vari Paesi a voler presto riconoscere la Palestina, né dalla lettera di 600 ex funzionari israeliani, tra i quali capi dei servizi segreti, e inviata al presidente statunitense, Donald Trump, per indurlo a intervenire presso il primo ministro, Benjamin Netanyahu, “affinché ponga subito fine alla guerra a Gaza”.
All’opposto e spinto delle immagini che i terroristi di Hamas hanno diffuso sulle condizioni raccapriccianti in cui sono tenuti gli ostaggi israeliani ancora in vita a due anni dalla strage del 7 ottobre 2023, l’ufficio di Netanyahu precisa: “Occuperemo la Striscia di Gaza, la decisione è stata presa”. E poi: “Hamas non rilascerà altri ostaggi senza una resa totale. Se non agiamo, moriranno di fame e Gaza resterà sotto Hamas”.
Dunque, Netanyahu non si appresta a mollare la presa, come si richiede da più parti a livello internazionale a tutela della popolazione palestinese da troppi mesi colpita e affamata per effetto dell’azione militare di Tel Aviv, bensì a raddoppiarla, l’offensiva. Estendendola sull’intero territorio per sradicare gli autori e i complici del 7 ottobre e per liberare gli israeliani rapiti.
A Gaza come a Kiev la politica e la diplomazia inciampano sull’assordante linguaggio delle armi di Netanyahu e di Putin. Quest’ultimo si ripropone pure come mediatore tra Israele e Iran.
Così va il mondo: chi fa la guerra, s’offre per far fare agli altri quella pace che lui nega ai suoi nemici dal 24 febbraio 2022.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova