Perché il 2026 sarà l’anno della svolta

In politica fare previsioni è il modo più sicuro per sbagliarle.

Eppure, già si può azzardare che il 2026 sarà un tranquillo anno di svolta.

Svolta per il governo, destinato a diventare, alla fine del prossimo anno, il più longevo della Repubblica. Non è poco nella Patria dell’instabilità permanente: in media un esecutivo ogni 14 mesi.

Ma il primato istituzionale che salvo sorprese -è ovvio- Giorgia Meloni e i suoi alleati di centrodestra potranno rivendicare, non sarà l’unica novità “prevedibile”.

Dopo anni di litigi e divisioni su chi sarà il primo della classe, anche lo scenario per l’opposizione si preannuncia risolutivo. L’anno che sta arrivando servirà al centrosinistra per coltivarsi il campo largo e decidere chi dovrà essere -Elly Schlein, Giuseppe Conte, un terzo tuttora ignoto?-, lo sfidante alla presidenza del Consiglio.

Dunque, il 2026 si presenta per tutti come l’anno dell’“adesso o mai più”.

Per entrambi gli schieramenti tra il dire e il fare c’è di mezzo il referendum sulla giustizia e, più ben insidiosi, gli effetti politici, economici e psicologici della guerra che Vladimir Putin ha scatenato alle porte d’Europa contro l’Ucraina. E che il 24 febbraio avrà compiuto quattro anni di ripugnante violenza. Poiché lo Zar non ha alcuna intenzione di fermarsi, in barba a quel che crede, dice o mente Donald Trump, gli storici di domani potranno ricordare che questo conflitto sarà durato più dell’intera prima guerra mondiale, giusto per capire l’enormità della tragedia di cui siamo attoniti testimoni.

Nessuno può oggi sapere quando e come finirà questo crimine di guerra -come lo considera la Corte penale internazionale- e quale impatto avrà sul mondo, già sconvolto dal Medio Oriente in fiamme e dal dramma quotidiano e senza fine vissuto dai cittadini a Gaza.

Più facile immaginare che cosa accadrà dopo la consultazione popolare in arrivo a primavera: non accadrà niente. Né se vince il “sì” alla conferma della riforma costituzionale sulla giustizia approvata dal Parlamento e proposta dal centrodestra. Né se vince il “no”, perché Giorgia Meloni non sta commettendo l’errore di Matteo Renzi quand’era presidente del Consiglio, ossia di vincolare la sua permanenza a Palazzo Chigi all’esito del referendum allora sulla modifica della Costituzione.

E poi è ora di dirla tutta, anche se il tutto sarà presto sommerso da una campagna elettorale che si prospetta all’ultimo grido.

Contrariamente a quello che sostengono le parti in commedia, questa riforma non è salvifica e non è apocalittica.

Non avremo la fine della politicizzazione nella magistratura oggi suddivisa, cioè lottizzata, in correnti -come sperano gli assertori del “sì”-, e neppure i magistrati sottomessi alla politica, come denunciano i paladini del “no”.

E’ una riforma che in realtà poco riforma nell’aspettativa dei cittadini, che si accontenterebbero di processi rapidi e di certezza della pena, cioè che finisse la sfacciata impunità come regola del vivere incivile.

Anche per questo, perché la riforma non incide su ciò che agli italiani preme di più -la sicurezza-, essa non avrà ricadute sugli equilibri politici.

Come non li avrà il rinnovo di diverse amministrazioni comunali, in particolare a Roma e a Milano. Sindaci che pesano e che contano, non però al punto da sconvolgere l’attività del governo o delle opposizioni.

Sarà un 2026 di sfide, di novità, di cambiamenti.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova